Crea sito

La “guerra petrolifera” di Riyad alla Russia ha obiettivi globali

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 24.03.2020

La “guerra petrolifera” saudita con la Russia ha le radici nella logica dell’uso sempre più ampio delle risorse naturali per scopi geo-politici e geo-economici. Anche se questo non è nuovo, l’ultima spinta arriva sullo sfondo della crescente concorrenza tra Stati Uniti e Russia per la leadership globale e i tentativi dei primo di scacciare la seconda, toglierle la quota nel mercato petrolifero globale per aumentare quella del petrolio di scisto nordamericano, intaccando così la capacità economica della Russia e la sua capacità di proiettare potenza oltreconfine. Mentre i sauditi accusano la Russia della “guerra del petrolio” e del rifiuto del Cremlino di tagliare ulteriormente la produzione di petrolio, un taglio proposto così com’è che avrebbe comportato in definitiva l’ulteriore calo della quota della Russia nel mercato globale e aumento significativo della produzione ed esportazione di petrolio di scisto degli Stati Uniti. Dall’accordo OPEC+ del 2016 e relativi tagli alla produzione di petrolio, la produzione di petrolio di scisto nordamericano è cresciuta di 4,5 milioni di barili al giorno. Mentre gli esperti politici occidentali parlavano e scrivevano della Russia come giocatore “maligno” presa di mira dall’industria petrolifera dello scisto “in forte espansione”; l’industria dello scisto statunitense non sarebbe cresciuta se non ci fosse stato l’accordo OPEC+. La Russia, così aveva solo rifiutato di tagliare ulteriormente la sua produzione ed era disposta ad estendere l’OPEC+ per continuare un sistema stabile di produzione di petrolio. Il modo in cui l’OPEC+ ha avvantaggiato il petrolio di scisto nordamericano è evidente dal fatto che una produzione equilibrata di greggio significava prezzi stabili e alti, il che ha reso il petrolio di scisto statunitense redditizio, consentendo inoltre agli Stati Uniti di utilizzare lo scenario per costruire la propria infrastruttura di produzione ed esportazione. Allo stato attuale, dal 2016, quando fu raggiunto l’accordo OPEC+, le esportazioni di petrolio degli Stati Uniti aumentarono di cinque volte e la produzione di scisto aumentava da 8,9 milioni di barili al giorno a 13,1 milioni di barili al giorno. Pertanto, in misura significativa, rifiutando la proposta saudita di ulteriori tagli alla produzione di petrolio, la Russia sostanzialmente rifiutava di consentire all’industria petrolifera di scisto nordamericana un’ulteriore via libera per l’espansione globale.
Allo stesso tempo, la Russia continua a rispettare l’accordo OPEC+. Il Primo Ministro Mikhail Mishustin aveva detto: “Non abbiamo avviato il recesso dall’accordo [OPEC+]. Al contrario, abbiamo proposto di estenderlo nei termini esistenti, almeno fino alla fine del secondo trimestre o per un anno, in modo da non complicare la situazione sviluppatasi con la diffusione del coronavirus”. Al recente incontro tra Putin e funzionari dell’energia della Russia, Putin avrebbe riferito che: “L’OPEC+ ha dimostrato di essere uno strumento efficace per garantire la stabilità a lungo termine sui mercati globali dell’energia. Grazie a ciò, abbiamo ottenuto entrate di bilancio extra e, ciò che è importante, abbiamo fornito la possibilità alle società a monte di investire con fiducia in promettenti progetti di sviluppo”. Ciò che è evidente qui è che la colpa per la riduzione dei prezzi del petrolio non può essere attribuita ai russi. Le sue radici risiedono nella lotta globale per la quota di mercato. Questa lotta si svolge su due livelli. Il primo è tra russi e sauditi, in cui i secondi, noti per aver giocato dalla parte degli Stati Uniti in ogni guerra, vogliono espandere la propria quota di mercato per sostenere un’economia fortemente dipendente dal petrolio. Il secondo livello, collegato al primo, riguarda ancora una volta la riduzione della quota di mercato russa e consentire l’espansione del petrolio di scisto. Dato che questa espansione avverrà teoricamente a scapito del petrolio russo, i sauditi ne trarrebbero comunque beneficio. C’è tale consenso saudita-statunitense sul calo dei prezzi del petrolio. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parlò al telefono col principe ereditario saudita Muhamad bin Salman alla vigilia della riunione di Vienna, e il loro argomento di discussione, secondo la Casa Bianca, era il “mercato dell’energia”. Che Stati Uniti ed Arabia Saudita abbiano un profondo interesse a eliminare la quota della Russia dal mercato globale degli idrocarburi è evidente dal modo in cui gli Stati Uniti cercavano di bloccare e persino sanzionare il progetto del gasdotto Nord Stream-2 russo-tedesco.
Chi vincerà tale guerra? A differenza dei sauditi, l’economia russa non dipende solo dai prezzi del petrolio, sebbene svolga ancora un ruolo significativo nel consentire al governo russo di adempiere agli impegni di bilancio. I sauditi sarebbero così in perdita molto prima dei russi. Se il presidente degli Stati Uniti chiamasse il sovrano saudita a discutere del “mercato dell’energia” e si occupasse principalmente di trovare il modo di schiacciare la Russia, dovrebbe anche di trovare un modo per stabilizzare i prezzi del petrolio perché se in costante calo farebbero alle compagnie petrolifere soffrire solo perdite. Secondo Bloomberg, “Il settore degli scisti statunitensi viene completamente ucciso. Un bagno di sangue completo. Miliardi di dollari in azioni spazzati via”. Considerando che alcuni in occidente pensano che si tratti di un piano russo-saudita per distruggere l’economia statunitense, non è così; poiché, se entrambi i produttori di petrolio l’avessero voluto, avrebbero potuto farlo con un nuovo accordo OPE + in modo che consentisse di ridurre i prezzi e mantenere i livelli di produzione concordati. Ciò non è avvenuto e, data la natura dei profondi interessi sauditi negli Stati Uniti, è difficile concepire un piano saudita per “uccidere” l’economia nordamericana. Ciò è un tentativo di eliminare la quota russa del mercato. Ciò spiega la proposta saudita di ridurre la produzione di petrolio (e consentire così a quella del petrolio di scisto di crescere ulteriormente). Il calo dei prezzi del petrolio indica solo che il piano sta fallendo; La Russia resiste e dispone di riserve sufficienti per mantenersi per un decennio.

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio