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Tempi duri per l’Arabia Saudita

Viktor Mikhin, New Eastern Outlook 24.03.2020

Le entrate generate dalla compagnia petrolifera saudita statale Saudi Aramco rappresentano l’80% del bilancio fiscale del regno. La società non ha nascosto le perdite e dichiarato ufficialmente un calo di 22,9 miliardi di dollari di reddito netto nel 2019, e vi erano anche pesanti tagli alla spesa per lo sviluppo, cioè per mantenere e aumentare la produzione. Il rapporto identifica correttamente le ragioni di queste perdite, evidenziando i bassi prezzi del petrolio e riduzione dei volumi di produzione. Se analizziamo questi dati, appare ovvio che i sauditi attualmente giocano rischiosamente nei mercati petroliferi globali, offrendo il loro “oro nero” a 25 dollari al barile. Dati i bassi costi di produzione petroliferi dell’Arabia Saudita, Riyad può abbassare ulteriormente il prezzo di vendita. Ma tale calo dei prezzi solleva una serie di domande molto importanti: da dove verranno i soldi per finanziare la vita di lusso a cui i sauditi sono abituati? Come manterranno l’enorme apparato statale e, ancor più, l’apparato repressivo? E come potranno finanziare gli ambiziosi piani dell’attuale sovrano di fatto, principe ereditario Muhamad bin Salman? Dove otterranno i soldi per l’assai pubblicizzata Saudi Vision 2030, che dovrebbe catapultare l’Arabia Saudita nel 21° secolo? Da dove verranno i soldi per sostenere quasi 10 milioni di lavoratori stranieri nel paese? Dopo tutto, se i salari vengono ridotti, torneranno a casa la notte. E chi lavorerà nei campi petroliferi quando se ne saranno andati? I sauditi non ci lavoreranno da soli, poiché tutti i nati nel regno hanno il cucchiaio d’argento in bocca.
I sauditi già affrontano tali domande e non è così facile rispondervi. Circa un anno fa, il principe ereditario arrestò decine di principi e funzionari governativi con una purga e “riscosso” da loro oltre 100 miliardi di dollari. Ma questi soldi sono già scomparsi. E non saprà cavarsela facendo di nuovo tale acrobazia. Come risultato di tali misure dittatoriali, anche l’insoddisfazione per le attuali misure tra i numerosi principi è cresciuta, e il principe ereditario reagiva solo stringendo la presa e trattenendo più persone. Ad esempio, due membri della famiglia reale saudita, l’ex-ministro degli Interni Muhamad bin Nayaf al-Saud e il fratello minore del re Ahmad bin Abdulaziz al-Saud, furono recentemente arrestati. Secondo l’Associated Press che citava una fonte nel regno, furono arrestati per non aver sostenuto il principe ereditario Muhamad bin Salman, che ha consolidato il controllo di tutte le principali leve del potere nel regno. Secondo questa fonte, la decisione di arrestare i membri della dinastia al potere fu presa dopo ciò che fu descritto come serie comportamenti provocatori per la leadership. L’Associated Press descriveva gli arresti come inaspettati, dato che il principe Muhammd bin Nayaf era tenuto sotto stretta sorveglianza da quando fu tolto dalla linea di successione dal figlio del re nel 2017, mentre Ahmad bin Abdulaziz, 77 anni, è il più giovane fratello del re ed è anche un membro della famiglia al-Saud al potere. Altre due fonti intervistate dalla Associated Press rifiutavano di caratterizzare le azioni dei due principi come tentato colpo di Stato. Una fonte affermava che gli arresti inviavano il seguente messaggio ai membri della famiglia reale: “Smettete di brontolare” e seguite la linea, perché se il principe Ahmad può essere arrestato, qualsiasi principe può e lo sarà. La fonte spiegava che il principe Ahmad era visto come persona a cui gli altri reali potevano rivolgersi se irritati dall’attuale presa del potere del 34enne principe ereditario. Il principe ereditario dell’Arabia Saudita Muhamad bin Salman, cerca di presentarsi come sostenitore di riforme progressiste, ma secondo molte organizzazioni internazionali per i diritti umani, le usa per distrarre da repressione politica ed abuso di potere. Tra le altre cose, fu accusato di essere coinvolto nel brutale omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul. Si ritiene inoltre che i servizi di sicurezza sauditi controllati dal principe ereditario spiino illegalmente i cittadini, ne violano gli account sui social network e intraprendano molte altre azioni illegali.
Non c’è da meravigliarsi se questi sono tempi difficili per il regno e, stranamente, attutati con una politica assai incompetente e conflittuale del principe ereditario. Il forte calo dei prezzi del petrolio si verificava quando i sauditi, che lottano per navigare sui mercati globali, cercarono d’imporre condizioni difficili alla Russia coll’accordo OPEC+. Anche se l’Arabia Saudita dichiarò la “guerra dei prezzi del petrolio su larga scala”, dopo che la Russia rifiutò di aderire a un accordo OPEC, questo piano si sarebbe ritorto su Riyadh, secondo la piattaforma d’intelligence geopolitica Stratfor, per cui nel tentativo di costringere Mosca a fare concessioni, l’Arabia Saudita adottava misure controproducenti, trascurando le grandi riserve valutarie della Russia, e non badava alla propria situazione economica piuttosto instabile. “Mentre in precedenza l’Arabia Saudita sperava di mantenere posizione ed entrate nel mercato petrolifero incoraggiando la cooperazione tra i principali attori”, osservava David Fickling, editorialista di Bloomberg Opinion, “ora scommette su un migliore prospettiva facendo il contrario: impegnarsi in un gioco pericoloso con Mosca e l’industria petrolifera indipendente degli Stati Uniti, e contando di essere l’ultimo a restare”. Per la Russia, la caduta dei prezzi del petrolio ha inferto un duro colpo all’economia, ma molti economisti globali sottolineano che Mosca è in una posizione molto migliore di Riyadh. Questo perché la Russia accumulò riserve nel Fondo nazionale per la ricchezza dal 2017, coi prezzi superiori a 40 dollari al barile. Secondo gli ultimi dati pubblici, il fondo ha accumulato 150 miliardi e riserve di liquidità per 570 miliardi. Comunque, queste riserve aiuteranno ad attenuare il colpo quando i prezzi subiranno un crollo. D’altra parte, i sauditi si trovano ad affrontare uno scenario in cui non riceveranno abbastanza dividendi dalla Saudi Aramco e saranno costretti a finanziare metà del bilancio fiscale col loro fondo di riserva o dovranno prendere in prestito denaro dall’estero. La seconda opzione appare abbastanza probabile, dato che il rapporto tra debito e PIL è solo del 26%. Tuttavia, i tassi di interesse possono aumentare per le incertezze sui futuri prezzi del petrolio e anche per l’impulsività e l’incompetenza dei vertici politici sauditi.
La contrapposizione tra Arabia Saudita e Russia sui prezzi del petrolio ha un duro effetto a catena sull’economia statunitense, secondo gli stessi economisti statunitensi. L’anno scorso i produttori statunitensi di scisto erano in una posizione vulnerabile, in parte perché raggiunsero un successo senza pari aumentando la produzione per il mercato interno. Secondo un rapporto di Evercore ISI, gli operatori dello scisto ebbero un flusso di cassa negativo cumulativo di oltre 280 miliardi dal 2007. Banche e società di private equity statunitensi, che finanziarono il boom dello scisto, iniziano a riprendere il sostegno alle imprese mentre i loro bilanci si deteriorano. Recenti rapporti indicano che oltre 140 miliardi di dollari di debito del settore dell’esplorazione e produzione rischiano di cadere nel “rating spazzatura”. Se ciò accadesse, interesserebbe anche le società di raccolta, trasformazione e trasporto associate, il cui debito totale ammonta a oltre 300 miliardi di dollari. Pochissime aziende nordamericane possono prosperare ai prezzi attuali del petrolio. Un sondaggio del Dallas Federal Reserve Board alla fine dell’anno scorso rilevò che il 59% degli operatori nella regione ha bisogno di prezzi del greggio a 50 dollari o più al barile. Tuttavia, al 12 marzo, il benchmark West Texas Intermediate (WTI) era di 30,71 dollari. È chiaro che il mondo torna all’era del petrolio a basso costo. I maggiori produttori aumenteranno la produzione, il che comporterà una lunga riduzione delle quotazioni del prezzo del petrolio. Gli esperti ora cercano di capire chi sia più a rischio, chi subirebbe un disastro economico e chi vincerà la guerra dei prezzi, aumenterà la quota nel mercato internazionale e diventerà l’attore più influente. Ci saranno anche dei vincitori in questo gioco?

Viktor Mikhin, corrispondente del RANS, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio