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La primavera araba: guerra di predazione economica dell’occidente in crisi

René Naba, Madaniya, 15 marzo 2020

Nota del redattore
Questo documento è stato pubblicato in occasione del nono anniversario dello scoppio della rivolta in Siria. Il culmine del ripristino della sovranità dello stato siriano su quasi tutto il territorio nazionale, la riconquista di Idlib, l’ultimo ridimensionamento dei gruppi terroristici islamisti nella Siria nord-orientale, al confine con la Turchia, completando una serie di vittorie militari dell’Esercito arabo siriano per consolidare il potere centrale, oggetto di una cospirazione internazionale per quasi nove anni, una guerra non dichiarata a cui partecipavano decine di migliaia di jihadisti. Il ciclo della riconquista iniziò sei anni fa con la caduta di Homs (8 maggio 2014), coll’aiuto di Hezbollah ed Iran, amplificato dall’intervento russo in Siria, con la caduta di Palmira (27 marzo 2016), la ripresa di Aleppo (22 dicembre 2016), che segnarono il fallimento del piano di spartizione della Siria, infine Idlib, che costituiva il più importante covo terroristico beneficianre del sostegno militare turco e della collusione occidentale Di nuovo sulla grande cospirazione di occidentale, rivelatasi cospirazione di pezzenti, condotta in collaborazione con le petomonarchie oscurantiste del Golfo, cogli ausiliari islamisti del Patto Atlantico come ascari. Intervento durante il simposio organizzato dall’Istituto scandinavo per i diritti umani (SIHR) a Ginevra nel 2019 con la partecipazione di scienziati politici provenienti da Paesi arabi e occidentali. Il dossier è integrato dalle confessioni del pentito Kamal Labawani, che supplicò Israele di bombardare Damasco. Accordi della Lancaster House al congresso internazionale dell’opposizione estera siriana a Parigi sotto l’egida di Bernard Henry Lévy e la partecipazione dei Fratelli musulmani della Siria. Nel novembre 2010, Francia e Regno Unito, su istigazione degli Stati Uniti, firmarono gli accordi della Lancaster House, una clausola prevedeva la conquista di Libia e Siria. L’accordo, firmato dal primo ministro britannico David Cameron e dal presidente francese Nicolas Sarkozy, mirava a riunire la difesa, compresa nucleare, per raggiungere un’economia di scala. L’ex-ministro degli Esteri socialista Roland Dumas confermò che la guerra alla Siria era un’idea anglosassone molto prima dell’inizio della rivolta siriana, attestando di essere stato contattato da inglesi e statunitensi nel 2009 per se l’opposizione francese avrebbe sostenuto un simile piano. Un allegato al Trattato indicava che la Forza di Spedizione franco-britannica avrebbe effettuato le più importanti manovre militari congiunte nella storia dei due Paesi dal 15 al 25 marzo 2011, col nome di “Southern Mistral?”.
Nel primo trimestre del 2011, la febbre rivoluzionaria conquistò il mondo arabo con l’eliminazione di due pilastri dell’influenza nordamericana nell’area: il presidente tunisino Zin Abidin bin Ali (15 gennaio) e il presidente egiziano Husni Mubaraq (27 febbraio), e la repressione della rivolta popolare in Bahrayn soggiogata da una forza di spedizione saudita. Una destabilizzazione che colpì tre principali alleati della NATO. La Francia offrirà servizi a Tunisia e Bahrayn per mettere a disposizione dei due Paesi competenza tecnica nel campo della repressione di massa, “gestione democratica della folla”, in gergo francese. Tuttavia, il 15 marzo 2011, alla data presunta dell’inizio delle manovre franco-britanniche congiunte, pura coincidenza o premeditata, i primi incidenti scoppiarono a Dara, nel sud della Siria. Una settimana dopo, il 23 marzo, il governatore di Dara fu licenziato a seguito della grave repressione che ordinò contro i manifestanti, durante la quale tre persone, tra cui una ragazza, furono uccise. Dara divenne l’epicentro della rivolta che si diffuse nel Paese. Il 4 luglio 2011, il primo congresso internazionale a sostegno dell’opposizione siriana si tenne a Parigi su iniziativa di Bernard Henry Lévy, agente della strategia mediatica israeliana nel teatro europeo, uno degli architetti dello smembramento del Sudan; il disertore socialista Bernard Kouchner, ministro degli Esteri di Sarkozy e sostenitore dell’irredentismo curdo in Iraq e Siria, e il suo successore al Quai d’Orsay Laurent Fabius, che sarà ricordato dai posteri per aver detto che “Jabhat al-Nusra (ramo siriano di al.Qaida) fa un buon lavoro in Siria” e che “Bashar al-Assad non meritava di vivere”. L’incontro SOS Siria del 4 luglio fu organizzato nel cinema Le Saint-Germain-des-Prés in collaborazione con la Francia-Siria democrazia e “Cambia la Siria alla democrazia” e la partecipazione di rappresentanti dei Fratelli Musulmani. Un mese dopo, il 18 agosto, il presidente Barack Obama invitò il Presidente Bashar al-Assad a dimettersi, sulla scia del fallimento degli sforzi della Turchia per convincerlo ad includere la FM in un’ampia coalizione governo. Al ritorno da Damasco, Ahmet Dadoudoglou, all’epoca il ministro degli Esteri turco, senza dubbio fiducioso, predisse il 9 agosto 2011, “La Siria si accenderà”. Nell’ottobre 2011, sei mesi dopo le prime rivolte a Dara, i FM furono designati a capo dell’opposizione siriana in gestazione dopo l’accordo tra Stati Uniti, Turchia e Qatar. La direzione collegiale del ramo siriano della Fratellanza Musulmana quindi decise di “usare le armi contro il governo siriano”, per militarizzare il conflitto in Siria dopo il fallimento degli sforzi della Turchia per convincere il Presidente Bashar al-Assad a formare un governo dell’Unione Nazionale coi Fratelli Musulmani siriani, chiudendo così la porta a qualsiasi ricerca di un accordo politico. Faruq Tayfur, deputato del controllore generale della FM, residente a Istanbul, era responsabile del finanziamento e transito dei jihadisti da tutto il mondo per partecipare alla jihad contro il regime siriano. Finanziamenti forniti dal Qatar, che assicurò che tutti i gruppi islamisti portavano il nome identificativo musulmano “Ansar al-Din”, sostenitori della religione, ecc. Secondo il Doha Brookings Institution, il ramo regionale del think tank nordamericano 100-120mila jihadisti assaltavano la Siria al momento. Il 2 ottobre 2011, il “Consiglio nazionale siriano” fu proclamato a Istanbul. Come primo passo richiese l’istituzione di una “No FLY ZONE”, secondo lo schema libico, che avrebbe consentito ai jihadisti e loro sponsor di costituire una testa di ponte per occupare Damasco, col pretesto di protezione internazionale. Soffrendo di megalocefalite, i nababbi del Qatar si liberarono per primi, cacciati dal potere dal loro padrone nordamericano per aver oltrepassato i limiti causando la caduta di uno dei maggiori alleati dei Paesi occidentali del Medio Oriente, l’egiziano Husni Mubaraq. Ex-potenza coloniale del Paese, la Francia fu messa a capo del “Gruppo degli amici della Siria”, coalizione internazionale di 128 Paesi che raggruppa grandi democrazie e l’oscurantista monarchia saudita e della non meno feroce Abu Dhabi e il padrino di i Fratelli Musulmani, il Qatar. In collaborazione con la Turchia, nel spezzare la Siria consegnando il distretto siriano di Alessandretta alla Turchia, la Francia diresse i media nella prima fase della caso siriano in sincronizzazione con lo schiavista, prima che il duo venisse ridotto a comprimari, dopo l’entrata in forza della Russia ora padrona del gioco regionale, la ripresa di Aleppo da parte delle truppe del governo siriano e l’episodio patetico e angosciante dei “caschi bianchi” siriani.

14 veti russi nella guerra in Siria
Dall’inizio della guerra alla Siria nel 2011, la Russia usò il potere di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite 14 volte per neutralizzare le azioni atlantiste contro la Siria, l’unico Paese arabo con l’Algeria, di essere rimasto fedele a Mosca dopo l’implosione del blocco sovietico. L’ultimo veto si ebbe il 20 dicembre 2019 sui rifornimenti alla popolazione di Idlib, l’ultimo bastione dei gruppi terroristici scacciati dal resto del territorio siriano, che le forze governative siriane si preparano a neutralizzare coll’aiuto dell’aviazione russa. Nove anni dopo l’inizio della guerra siriana, la cosiddetta “Primavera araba” rivela una triplice impostazione:
– La finzione della vecchia guardia democratica araba (Munsif Marzuqi, Azmi Bishara, Walid Jumblatt, Burhan Ghalyun)
– La finzione delle grandi democrazie occidentali (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna),
– L’impostazione dell’idea stessa delle rivoluzioni arabe, attuata successivamente in una prima fase; dalle monarchie regressive, in particolare Qatar, Tunisia ed Egitto, Libia e Siria; poi, in un secondo momento, dall’Arabia Saudita contro la Siria.
Niente, né l’intensa guerra psicologica intrapresa contro i manifestanti nella versione occidentale della guerra in Siria, né la manipolazione delle prove sul presunto uso di armi chimiche, né la finzione dei “caschi bianchi” risparmiano occidente ed alleati petromonarchici dall’umiliante sconfitta, visti i considerevoli mezzi usati per abbattere il Presidente Bashar al-Assad, presentata come “imminente”, “entro una quindicina di giorni”, secondo gli oracoli francesi, la caduta di “Bashar”, così come i media francesi lo designavano senza mezzi termini, mutando con la svolta del conflitto. La stima inizialmente “categorica” declinò gradualmente a “caduta inevitabile”, passando poi a “probabile”, quindi “prevedile”, infine “possibile”, mentre in parallelo i principali artefici occidentali di tale guerra, Hillary Clinton (Stati Uniti), David Cameron (Regno Unito), Nicolas Sarkozy e Hollande francese passavano alla storia.
Fine della nota.

1 – Gli obiettivi della “primavera araba” e conseguenze
La primavera araba: una guerra di predazione economica di un occidente in crisi sistemica del debito
La primavera araba arrivò alla fine di un disastroso decennio di “guerra al terrore”, materializzata dagli interventi nordamericani in Afghanistan (2001) e Iraq (2003), con le costose ripercussioni sulle finanze degli Stati Uniti. La conseguente crisi del sistema bancario nordamericano (2008) comportava una perdita di capitale di mercato dell’ordine di 25 trilioni di dollari. Cumulandosi con la crisi sistemica dell’indebitamento europeo, la carneficina di Oslo nel luglio 2011, commessa da un europeo in un Paese europeo contro europei, costituiva un rifiuto assoluto alla “guerra contro il terrorismo”.

Guerra predatoria delle economie arabe
Quella che è comunemente conosciuta come “primavera araba” è in effetti una guerra di predazione delle economie arabe, con lo smembramento del Sudan, il principale fornitore di energia della Cina, attraverso il Sud Sudan, la dislocazione della Libia, principale petroliera della Russia e neutralizzazione della Siria, alleata permanente di Russia e Cina nel mondo arabo. Libia e Siria, due Paesi inoltre senza debito estero. Un dono compensativo alla Turchia per il rifiuto dell’ammissione all’Unione europea e guerra di sostituzione all’Iran al fine di spezzare le vie di rifornimento strategico di Hezbollah, nel sud del Libano , invincibile finora contro Israele. L’oleodotto transregionale iraniano-mediterraneo, un fattore scatenante per la guerra contro la Siria. In un’intervista televisiva a “Russia Today”, dell’11 novembre 2019, il Presidente Bashar al-Assad rivelò, per la prima volta, le ragioni dell’animosità delle petro-monarchie nei suoi confronti. Il presidente siriano confermò che uno dei fattori scatenanti della destabilizzazione della Siria fu il progetto di costruire l’oleodotto trans-regionale Nord Sud-Sud dall’Iran al Mediterraneo attraverso Iraq e Siria. La Siria aveva accettato questo progetto. Allertato, il Qatar immediatamente propose un primo pagamento di 15 miliardi di dollari al Presidente Bashar al Assad coll’obiettivo di incitarlo a spezzare l’alleanza strategica con l’Iran. I punti principali di questa intervista qui.
Finora l’ostilità del Qatar nei confronti del Presidente Assad fu spiegata dal rifiuto del presidente siriano di dare il via libera al passaggio di un gasdotto che collegasse Qatar e Turchia attraverso la Siria, al fine di rifornire il mercato Europeo aggirando il Golfo e indebolendo la posizione diplomatica iraniana. Al di là di queste considerazioni, a causa della vicinanza al teatro europeo, a differenza dell’Afghanistan, la guerra in Siria è guidata da una coalizione innaturale di “grandi democrazie occidentali” e petro-monarchie, le più retrograde e repressive del mondo, ed anche incubatrici del jihadismo globale, causando l’effetto boomerang sul teatro europeo cogli interventi mortali dei disperati dell’Islam (Muhamad Marah, Mahdi Nemush, i fratelli Quachi e Amédy Coulibaly, nonché gli zombie criminogeni del massacro del Bataclan del 13 novembre 2015, gli attentati a Bruxelles, Nizza, Londra, Madrid e Stati Uniti. Coi cinque veti opposti da Russia e Cina al Consiglio di sicurezza, la guerra in Siria pose fine all’unilateralismo occidentale nella gestione degli affari mondiali e favorì l’emergere di un mondo multipolare coll’ascesa dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).

2 – I pericoli di una lettura esclusivamente occidentale della realtà araba
Al di là delle acute critiche sui difetti del potere siriano, la destabilizzazione della Siria mirava a spezzare la continuità strategica tra le componenti dell’Asse della Resistenza all’egemonia israelo-statunitense tagliando le linee di rifornimento di Hezbollah, nel Libano meridionale.

Le quattro principali lamentele dei democratici libanesi contro la Siria
Incaricato dalla Lega Araba di fungere da forza d’interposizione tra i belligeranti libanesi durante la guerra civile libanese (1975-2000), la Siria esercitò tutela politica de facto sul Libano, abusando nel vicino col pretesto di sovvenzionare i costi del mantenimento di 30000 soldati siriani in Libano, uscendo senza perdite dopo una pesante presenza di 19 anni. Nonostante molte lamentele libanesi contro il potere siriano, il Libano via Hezbollah aiutava la Siria, vincendo battaglie decisive ad al-Qusayr e al-Qalamun, mentre una grande parte dell’élite siriana divenne mercenaria delle petromonarchie partecipando alla distruzione del proprio Paese.
Le principali lamentele sono le seguenti:
– La scelta di Abdalhalim Qadam da Hafiz al-Assad come console della Siria in Libano, che portò alla conclusione di un patto commerciale sunnita tra Qadam e Hariri, in vista del sistematico saccheggio del Libano.
– La decisione di Hafiz al-Assad di autorizzare Rafiq Hariri con l’obiettivo di compiacere l’Arabia Saudita, a mettere le mani sul centro di Bayrut per un tozzo di pane, 75 milioni di dollari, per costruire edifici di lusso, valorizzando la fortuna di Hariri passata improvvisamente a 7,5 miliardi di dollari. Il centro di Bayrut è ora la base del potere finanziario di Hariri, che fa della famiglia leader del clan saudita-statunitense in Medio Oriente, elemento essenziale della vita politica libanese, a favore dell’Arabia Saudita.
– La scelta di Qazi Qanan, comandante del contingente siriano, che concederà una vergognosa transazione a Rafiq Hariri: la concessione della nazionalità libanese a 40000 arabi sunniti della pianura della Biqa, causando alla città di Zahla la perdita del carattere di grande città cristiana in Libano, diventando città mista. Avrebbe ricevuto 800 milioni di dollari per questa transazione, pagando con la vita questa manipolazione. Si dice che Bashar al-Assad gli chiese di suicidarsi durante le indagini sull’assassinio di Hariri, mentre i funzionari siriani temevano che Qazi seguisse nel tradimento Qadam. All’inizio della guerra siriana, nel 2011, i sunniti naturalizzati si allearono coi jihadisti in Siria per promuovere attacchi per destabilizzare il Libano, portando Hezbollah a lanciare sei offensive sul settore di Irsal Brital (confine siriano-libanese) per controllare la situazione e drenare la stasi.
– Un altro pacchetto, l’alleanza baathista durante la guerra libanese con le milizie falangiste, i primi alleati di Israele nell’area, contro i palestinesi, in particolare durante l’assedio di Tal Zatar nel luglio-agosto 1976.
Rafiq Hariri, Walid Jumblatt e i loro factotum siriani, i principali beneficiari del potere baathista, si rivoltarono contro di esso. In posa da araldi dell’indipendenza libanese, radunarono l’opposizione estera petro-monarchica per promuovere la caduta del regime siriano, con una patetica cospirazione dei pezzenti. Quindi, si guardi la lettura occidentale delle rivolte nel mondo arabo. Se la critica è necessaria per il corretto funzionamento della democrazia, la pedagogia politica dei popoli richiede che la critica copra tutti gli aspetti del problema, una cui lettura frazionata indichi inevitabilmente le “tortuosità” del discorso occidentale dominante.
Primo: se la guerra in Siria fu una guerra sostitutiva all’Iran per spezzare i rifornimenti strategici di Hezbollah attraverso la Siria, dall’effetto secondario di distogliere l’attenzione sul fagocitare la Palestina da parte d’Israele con la complicità degli Stati occidentali. Lo Stato ebraico cerca di costituire una fascia di Stati vassalli alla periferia, mentre la Siria lavora per liberarsi dal cappio che gli posero al collo Turchia, Israele e Giordania per costringerla alla resa.
Secondo: Siria e Iraq erano gli unici due Stati nel mondo arabo con un’ideologia secolare. L’Iraq fu smantellato dagli statunitensi, con la conseguente creazione di un’enclave autonoma a favore d’Israele nel Kurdistan iracheno. Questo schema fu preludio dello smembramento del Sudan con la costituzione dell’enclave filo-israeliana nel Sud Sudan, sul Nilo. Un modello identico era previsto in Siria a Raqqa, ma il risultato fu vanificato dalle sconfitte militari della coalizione islamo-atlantista.
Terzo: la libera determinazione dei popoli è un diritto sacro inalienabile. Ciò deve valere in Siria, come in Palestina. Avallando nel luglio 2011 a Parigi, sotto la guida di Bernard-Henri Lévy, capostipite della campagna mediatica filo-israeliana in Europa, la conferenza dell’opposizione siriana, ne screditò i partecipanti e gettò il sospetto sui loro obiettivi.
Quarto: la successione dinastica va vietata. Ma questo principio deve applicarsi senza eccezioni a Bashar al-Assad, certamente, ma anche a Sad Hariri, che successe a suo padre Rafiq Hariri senza alcuna preparazione, a capo di un Paese nell’epicentro del Medio Oriente, e ad Ali Bongo a cui Francia truccò le elezioni per promuoverne l’ascesa a capo dello Stato del Gabon, ad Amin Gemayel, eletto all’ombra dei carri armati israeliani in sostituzione del fratello assassinato Bashir, egli pure eletto all’ombra dei carri armati israeliani, ad Husni Mubaraq che si preparava a consegnare a suo figlio Jamal, con la benedizione dell’occidente e di cui Nicolas Sarkozy salutava il coraggio delle dimissioni, senza una parola per la coraggiosa lotta del popolo egiziano.
Cinque: infine, mettersi sotto l’egida della Turchia, come nel caso dei raggruppamenti islamisti, era un tragico fraintendimento delle realtà regionali quando si sa che la Turchia, complice della Francia nel primo smembramento della Siria (Alessandretta), fu il principale alleato strategico di Israele per mezzo secolo, unico Paese musulmano membro fondatore della NATO. Quella Turchia, alleata d’Israele in un’alleanza contro la Siria, sostenne costantemente la Francia durante la guerra d’indipendenza algerina, negando ai mujahidin la qualifica di combattenti, definendoli “terroristi”.

3 – Importanti sconvolgimenti entro il 2050
Entro il 2050, il Mediterraneo sarà teatro di due grandi sconvolgimenti: demografici e religiosi, sullo sfondo del pericolo ecologico.

A – Demograficamente
In un’inversione di tendenza senza precedenti nella storia, la sponda meridionale del Mediterraneo registra un surplus demografico rispetto all’Europa. In meno di una generazione, entro il 2050, la popolazione di quattro Paesi membri dell’Unione Europea, la facciata mediterranea dell’Unione Europea (Francia, Italia, Spagna, Portogallo) sarà a malapena aumentata a quasi 300 milioni di persone, mentre la popolazione degli altri Paesi periferici (Egitto, Algeria, Turchia, Marocco, Tunisia, Siria, Libia, Libano, Gaza-Palestina) sarà aumentata del 70%, a circa 400 milioni abitanti, inducendo una nuova gravità nell’ecologia politica ed economica del bacino del Mediterraneo.

B – Religiosamente
L’Islam, sempre senza precedenti nella storia, diveniva prima nelle religioni per numero di seguaci con 1,7 miliardi di credenti. Una promozione che si unisce a una stabile e duratura creazione della grande comunità arabo-musulmana nello spazio occidentale, in particolare europeo, al centro dei principali centri di creazione dei valori intellettuali sul pianeta. Base principale della popolazione immigrata nonostante l’eterogeneità linguistica ed etnica, con quasi 20 milioni di persone, la comunità arabo-musulmana dell’Europa occidentale appare a causa della suo ribollire, che tuttavia maschera una realtà, come 28° Stato dell’Unione europea. Inoltre, l’ammissione di Turchia, Albania e Kosovo nell’Unione Europea porterebbe il numero di musulmani a quasi 100 milioni, il 5% della popolazione nel complesso europeo; un’evoluzione che fa temere alla destra radicale europea la perdita dell’omogeneità demografica dell’Europa, del candore immacolato della sua popolazione e le “radici cristiane dell’Europa”. Facciamo attenzione alle politiche miopi. Rimuoviamo l’ambiguità: l’Islam non ha conquistato la Francia, né l’Europa. Sono la Francia e in generale i Paesi europei (Belgio, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo) che decisero di conquistare i Paesi arabi e africani, che sono soprattutto musulmani. L’Islam non è quindi un prodotto del suolo europeo,come il cristianesimo, ma la conseguenza residua del riflusso dell’impero. Il prodotto deriva dal turgore coloniale europeo e dalla sua espansione estera. E le invasioni barbariche che deploriamo a causa della destrutturazione di Libia e Siria sono in realtà una lontana replica delle invasioni barbariche degli europei sulla sponda meridionale del Mediterraneo, che ne sfigurarono la demografia e l’ecologia politica ed economica della zona, nonché lo stile di vita della sua popolazione.

C- Il pericolo ecologico: il Mediterraneo una zona più arida.
Il Mediterraneo diventerà una zona sempre più arida a causa delle piogge di polvere sahariana. Le piogge sahariane svolgono un ruolo essenziale nello sviluppo della biodiversità marina. Consentono a tali batteri o fitoplancton di svilupparsi e proliferare grazie al meccanismo della catena alimentare, generando sostanziali cambiamenti climatici.

4 – Il Mediterraneo, sulla soglia del 21° secolo, tripla linea di demarcazione.
A – La linea di divisione tra due mondi (Nord-Sud, Islam occidentale).
Il Mediterraneo alle soglie del XXI secolo costituisce una tripla linea di demarcazione per il posizionamento: concentrato dei maggiori conflitti del XX e XXI secolo, incentrati sulla Palestina. Conflitto aggravato dalla scoperta di nuovi depositi di idrocarburi con la scoperta e lo sfruttamento di diversi blocchi tra Cipro, Egitto, Israele e Libano. Ansiosa di ridurre la propria dipendenza energetica dai Paesi non NATO, l’Unione Europea lanciava un progetto di gasdotto sottomarino per trasportare il gas che Israele sfrutta nel Mediterraneo verso l’Europa. Finora l’UE è dipesa da Algeria e Russia per le forniture di gas, Paesi non NATO. Italia, Israele, Grecia e Cipro s’impegnarono nell’aprile 2017 a promuovere un progetto congiunto di oleodotto sottomarino, che dovrebbe essere il più lungo del mondo collegando Mediterraneo orientale con Europa meridionale, col sostegno finanziario dell’Unione Europea. Questo accordo israelo-europeo mira a rendere Israele grande esportatore di energia nel Mediterraneo. È oggetto di aspre critiche dai palestinesi, ulteriormente esacerbate dal fatto che la Striscia di Gaza assediata soffre una crisi energetica cronica che ne paralizza l’economia e riduce gran parte della popolazione in miseria. Il gasdotto Israele-Europa dovrebbe essere raddoppiato con un corridoio del gas dell’Europa meridionale, che collega Mar Caspio ed Adriatico. Con una lunghezza totale di 3500 km, il gasdotto trasporterà il gas naturale estratto dalle acque territoriali dell’Azerbaigian verso i mercati occidentali, attraverso Georgia e Turchia. Questo doppio gasdotto, Israele-Europa meridionale-Caspio, potrebbe porre seri problemi ai Paesi arabi del Mediterraneo, l’Algeria, fornitore tradizionale di gas per l’Unione europea, ed Egitto, potenza energetica entro il 2025.

B – La linea di demarcazione di un nuovo mondo multipolare.
La linea Algeria-Tangeri-Pireo è la linea invisibile di una nuova delimitazione delle zone d’influenza tra BRICS ed occidente atlantista; il Maghreb che agisce come diga per trattenere la spinta africana della Cina e bypassare l’Europa dall’Africa. La Russia ha due basi in Siria, la base aerea di Humaymin, a sud-est di Lataqya e la grande base navale di Tartus. Nel 2016 la Cina, presente a Gibuti dal 2015 con la prima base cinese nell’area dell’incrocio tra Golfo Arabico ed Oceano Indiano, entrando sul piano militare in Siria, importante passo strategico per il Regno di Mezzo nel Mediterraneo, ottenendo la costruzione di una piattaforma navale operativa per la Marina cinese nel perimetro della base russa di Tartus. La Cina ha già strutture portuali per la sua flotta operative nel Mediterraneo, in particolare nella grande base navale algerina di Mars al-Qabir. Nel Mediterraneo, Pechino moltiplica gli stabilimenti nei porti civili, in particolare del Pireo in Grecia, di Chirchil in Algeria, Italia e Portogallo Nella strategia “nuova Via della Seta”, i porti europei sono obiettivi primari per Pechino. Dall’acquisizione completa del Pireo nell’aprile 2016, una dozzina di porti ha visto gli operatori cinesi investirvi. Qui si gioca il “Go” globale. E Pechino non ne fa segreto! I porti europei sono tra gli obiettivi nella sua strategia marittima. Metodicamente, le società cinesi rilevano moli e terminal di container abbandonati dagli operatori privati europei e dalle autorità locali. Una tendenza accentuata dall’adesione discreta dell’Algeria a rango di potenza missilistica marittima con test riusciti dei missili da crociera.

C – La linea di interruzione politica e mentale del mondo arabo.
Espellere dalla Lega Araba uno dei suoi membri fondatori, la Siria, e far sventolare la bandiera israeliana nel Cairo, è un’aberrazione mentale. Implorare gli ex-colonizzatori di bombardare un Paese arabo, la Siria, che partecipò a tre guerre contro Israele (il predicatore della NATO Yusif Qaradawi) rende obsolete e fa decadere l’accusa della crociata occidentale. La primavera araba accentuava la farttura politica e mentale nel mondo arabo.

5 – La nuova mappatura del Mediterraneo: triplicare il passaggio delle navi battenti bandiera cinese e russa in vent’anni
All’indomani della seconda guerra mondiale (1939-1945), il mondo occidentale aveva una catena di basi sulle coste del Mediterraneo: Biserta (Tunisia), Mars al-Qabir (Algeria), le due basi francesi di Tolone, la base della flotta francese nel Mediterraneo; Wheelus Airfield (Tripoli-Libia) per gli Stati Uniti e al-Adam (Bengasi-Libia) per il Regno Unito, senza dimenticare il Canale di Suez, Akrotiri e Dékhelia, le due basi britanniche a Cipro. L’intero sistema è integrato nel comando della sesta flotta nordamericana del Mediterraneo a Napoli (Italia). La perdita di quasi tutte queste basi, ad eccezione delle basi di Cipro e Napoli, a causa dell’indipendenza dei Paesi arabi, fu compensata dalla creazione di sei basi del patto atlantista sul Golfo, in ciascuna delle petro-monarchie arabe, di fronte l’Iran. Quando il blocco sovietico crollò negli anni ’90, il transito commerciale nel Mediterraneo contava da due a tre passaggi al giorno di navi sotto bandiera russa o cinese. Nel decennio 2010, il traffico delle due bandiere triplicava, passando a 10 navi al giorno, costringendo le flotte occidentali a una dolorosa contabilità e valutazione dei carichi. Così, alla fine di due millenni tempestosi, alle estremità del Mare Nostrum, una linea mediana va da Algeri al porto greco del Pireo, roccaforte cinese nel commercio europeo, con le roccaforti navali cinesi di Tartus e Chirchil, in complemento di Tartus e Humaymin, roccaforti russe in Siria sul Mediterraneo.

6 – Progetto OBOR o Nuova Via della Seta della Cina
Sovrapposto alla “Nuova via della seta” cinese, questo corridoio economico sino-pakistano di 3200 km il cui obiettivo è aprire lo Xinjiang collegandolo al porto di Gwadar nel Baluchistan, nel sud del Pakistan, mette in contatto diretto la seconda economia del mondo coll’Asia meridionale e l’Asia occidentale (Medio Oriente). Il progetto OBOR, o la “Nuova via della seta”, è costituito da una rete di immense rotte commerciali, alcune attraversano l’Asia via terra, altre lo bypassano via mare, da cui il nome inglese ufficiale OBOR, “One Belt (fascia oceanica), One Road (infrastruttura terrestre)”. Un progetto titanico che riguarda 68 Paesi con 4,4 miliardi di abitanti e il 40 percento del PIL mondiale. Ridurrà di 10000 km il viaggio tra Cina e Asia occidentale, oltre l’Africa orientale. L’80 percento delle importazioni di petrolio cinese attraversa il sud-est asiatico e gli Stati Uniti lavorano per stabilire un cordone di cordone intorno la Cina. Una linea percepita da tutto il pianeta come nuova linea di demarcazione del nuovo equilibrio delle forze globale.

Epilogo
Un decennio disastroso termina segnato dalla distruzione delle due ex-capitali della conquista araba, Baghdad, capitale dell’ex-impero abbaside nel 2003, Damasco, ex-capitale dell’impero omayyade nel 2013. A causa dell’alleanza delle petro-monarchie del Golfo col blocco atlantista, alleanza innaturale tra i regimi più arretrati del mondo coi “grandi democratici occidentali”, l’alleanza islamo-atlantista. Senza il minimo profitto, né per gli arabi, né per i musulmani, a beneficio esclusivo della sopravvivenza di troni e dinastie screditate. Con la Russia nell’epicentro della zona del conflitto in Medio Oriente e con l’Iran promosso a grande potenza regionale. In questo contesto, il futuro della democrazia nell’est del Mediterraneo come sulla sponda meridionale del Mediterraneo dipenderà innanzitutto dalla lotta frontale che i democratici arabi guideranno in collaborazione coi democratici di altri Paesi della regione (turchi, curdi, ecc.), al fine di dotare l’area di una massa critica che induca una struttura comune nelle relazioni coll’Europa, oltre l’occidente, e quindi rapporti di uguaglianza tra le due sponde del Mediterraneo. Col prerequisito assoluto di frenare gli impulsi belluini degli scriccioli del Golfo, ex-filibusteiri della Costa dei Pirati, colossi dai piedi d’argilla, responsabili in primo luogo delle rovine che sono il mondo arabo. Alla fine di questo decennio, gli Stati Uniti ratificarono l’annessione di Gerusalemme da parte d’Israele, trasferendovi la loro ambasciata, decretando nel processo l’annessione delle alture del Golan siriane da parte dello Stato ebraico. Né l’opposizione petro-monarchica siriana all’estero, in particolare i suoi capi Burhan Ghalyun, Basma Qudmani o Riyad Hijab, protestarono contro questa misura che minava l’integrità territoriale del loro Paese. Non meno di decine di migliaia di terroristi riversati dalla Cina (uiguri) alla Cecenia attraverso la Tunisia non ebbero un sussulto di coscienza persistendo per quasi dieci anni nella distruzione della Siria e nel terrorizzare l’Europa con sanguinosi attentati, generando l’islamofobia nell’emisfero occidentale. Mai nella storia fu osservata tale degenerazione mentale su una questione importante della strategia contemporanea, che il gruppo arabo-musulmano sconterà per molto tempo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio