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Nuovi colpi di scena nel trono di spade saudita

Yemen Press, 14 marzo 2020

Le agenzie di stampa internazionali riferivano dell’arresto di personalità di spicco della dinastia e di numerosi burocrati civili e militari in Arabia Saudita, riportando la politica interna del regno in prima linea nell’agenda globale. Dalla nomina di Muhamad bin Salman a principe ereditario nel 2017, si assisteva a una serie di operazioni d'”intimidazione dei rivali intra-dinastici”, in cui furono arrestati numerosi principi. Osservando le accuse agli arrestati nelle operazioni contro figure di spicco della dinastia, si può dire che le operazioni furono mostrate come azione legale. Ministri, principi e uomini d’affari sauditi, tra cui la personalità di spicco Walid bin Talal, furono arrestati nel 2017 nella lotta contro la corruzione, e detenuti per mesi presso il Ritz-Carlton Hotel a Riyadh. Il mandato d’arresto fu emesso dalla “Commissione anticorruzione”. D’altra parte, uno sguardo alle identità degli arrestati dell’ultima operazione e le accuse, indicavano una grave crisi nella politica interna del Regno. Tra gli arrestati vi erano Ahmad bin Abdulaziz, figlio di re Abdulaziz; e Muhamad bin Nayaf, ex-principe ereditario. Gli arresti avvennero su ordine diretto di Muhamad bin Salman, noto anche dalle iniziali MbS, e le accuse, tentato colpo di Stato e tradimento, erano molto diverse da quelle viste in passato. Oltre a questi due, l’arresto di Nayaf bin Ahmad, capo delle forze di terra e dell’intelligence e figlio di Ahmad bin Abdulaziz; Nuwaf, fratello di Muhamad bin Nayaf; e più di 20 principi e ufficiali indicavano una nuova epurazione intradinastia. Quando si osserva da vicino la politica saudita, si può affermare che tali arresti erano strettamente collegati alla politica interna del Paese e ad una serie di sviluppi internazionali.

Riyadh si prepara al dopo re Salman?
Gli arresti riaccesero le preoccupazioni per la salute di re Salman. Il deterioramento della salute e l’età erano già preoccupazioni che s’intensificarono nel tempo. Il trono di spade post-Salman iniziava. Poiché il 5° articolo della Costituzione saudita stabilisce la struttura del regime saudita come monarchia assoluta, afferma che i figli di re Abdulaziz (non i discendenti come MbS) hanno il diritto primario al trono. Sebbene MbS venisse nominato principe ereditario, in base a tale articolo della Costituzione sembra legalmente possibile che il figlio di Abdulaziz, Ahmad bin Abdulaziz, potesse reclamare il trono. Il secondo aspetto degli arresti è la possibilità che Muhamad bin Salman, che recentemente condusse dei cambiamenti radicali nella politica interna saudita, abbia sconvolto l’equilibrio della dinastia esistente dalla fondazione del Paese e che possa provocare una reazione tra i membri della dinastia. Sebbene il sistema politico saudita sia descritto come “monarchia assoluta”, si basa su un equilibrio tra i membri della dinastia. Secondo tale politica, non tutto il potere è nelle mani del re e le decisioni politiche (come comandi dell’esercito, governatorati, ministeri) si basano su un compromesso tra i potenti membri della dinastia nominati in posizioni influenti e il re a capo dello Stato saudita. Il sistema saudita in origine poteva essere descritto come “democrazia dinastica”, a differenza delle monarchie. I membri della dinastia, oltre 10000, lottano per influenzare il sistema politico saudita, poiché sono divisi in 34 rami, simili ai partiti politici nei Paesi democratici. In tale sistema, una possibile situazione di crisi può essere facilmente superata con concessioni ed alleanze tra i membri della dinastia. Gli ulema, che ricoprono una posizione molto importante nel sistema politico saudita, furono sempre influenti nei processi decisionali. Con la morte di re Abdullah nel 2015, il crescente potere di MbS nel sistema politico saudita portò al processo d’esclusione dei due elementi più importanti del regime saudita; i membri della dinastia e gli ulema del sistema politico. Al fine di garantire un regolare cambio di mani da Salman bin Abdulaziz a MbS, i potenti candidati al trono come Walid bin Talal, Mutaib bin Abdullah, Muhamad bin Nayaf e molti potenti della dinastia che li sostenevano, furono sistematicamente intimiditi dagli arresti. Ciò comportava il monopolio del potere nelle mani di MbS, sconvolgendo l’equilibrio dinastico esistente nel Paese in passato.
Teoricamente, la scelta del nuovo re alla morte dell’attuale, o se diventa incapace di adempiere ai suoi doveri (a causa della salute o altri problemi) viene effettuata dal Consiglio d’impegno (Consiglio di alleanza) composto da alti membri della dinastia. È noto che Ahmad bin Abdulaziz è il più importante membro del consiglio che si oppone alla scelta di MbS a nuovo re. Ancora una volta, la politica dell'”Islam moderato” lanciata da MbS determinava la riduzione del ruolo dgli ulema nel sistema politico saudita e nella costruzione sociale dello Stato. Pertanto, la politica dell'”Islam moderato” ruppe il patto creato nel 1744 tra Muhamad bin Saud e Muhamad bin Abdul Wahhab, il fondatore del primo Stato saudita, alienando e infuriando gli ulema, l’elemento più importante della politica del Paese da tre secoli. Tali sviluppi nella politica interna saudita ricordano ciò che accadde a Saud bin Abdulaziz, il primo re del Paese dopo il fondatore re Abdulaziz, nel 1964. Gli anni ’60 furono un periodo in Medio Oriente in cui il nazionalismo socialista arabo, guidato dal Presidente Jamal Nasser, rappresentava la minaccia più significativa per le monarchie conservatrici, principalmente l’Arabia Saudita. I membri della dinastia sostenuti dagli ulema, turbati dall’ascesa del socialismo e dall’incompetente politica di Saud bin Abdulaziz, lo deposero e sostituirono con Faysal bin Abdulaziz con un golpe di palazzo. Questo evento fu la prima nella storia politica saudita di un re deposto con un colpo di Stato mentre era vivo, e sostituito da un altro re.

Sviluppi globali che istigano MbS
Numerosi sviluppi globali dall’inizio del 2020 avviavano il processo che ha indebolito la mano di MbS nella politica interna e sul fronte regionale. Il più importante è la minaccia del coronavirus emersa nella provincia cinese di Wuhan nel dicembre 2019 e diffusasi molto rapidamente nel mondo. Sebbene inizialmente percepito come normale problema di salute, il tasso di diffusione del virus e crescente numero di vittime poneva serie preoccupazioni sul corso dell’economia globale. La rapida diffusione del virus in Estremo Oriente, motore dell’economia globale e della domanda di petrolio, specialmente la Cina, causava un significativo rallentamento dell’attività economica nella regione e, a causa di ciò, la domanda di petrolio dell’Estremo dalle economie orientali, specialmente della Cina, diminuiva del 20-30%. Inoltre, tale rallentamento della domanda di petrolio colpiva maggiormente l’Arabia Saudita, poiché la Cina importa metà del petrolio dalla regione del Golfo e non è prevista una ripresa della domanda a breve. Questo rallentamento economico nella regione rivelava due importanti risultati in Arabia Saudita. Questo grave indebolimento della domanda di petrolio inizialmente causava forti riduzioni dei prezzi del petrolio, che avevano marciato intorno ai 70 dollari dal gennaio 2020, diminuendo del 60%, scendendo a 30 dollari dalla prima settimana di marzo. Dato che l’Arabia Saudita dipende dal petrolio per il 90% del reddito nazionale e che la sua stabilità economica è possibile solo con prezzi del petrolio sugli 80-90 dollari, questo “shock petrolifero” avrà un profondo impatto sul Paese. Coll’Arabia Saudita già in difficoltà e gravi deficit di bilancio, lo shock petrolifero rappresenta un’enorme minaccia alla stabilità economica del Paese. Il budget totale dell’Arabia Saudita per l’anno fiscale 2020 è fissato a 1,02 trilioni di riyal (272 miliardi di dollari), secondo quanto annunciato all’inizio di dicembre. Tale cifra è ulteriormente ridotta rispetto al bilancio del 2019 di 1048 miliardi di riyal (279,5 miliardi di dollari). Tuttavia, mentre l’ammontare previsto delle entrate per il 2019 era di 917 miliardi di riyal (244,5 miliardi di dollari), fu fissato a 833 miliardi di riyal (222,1 miliardi di dollari) nel bilancio 2020. Osservando attentamente queste cifre, il disavanzo di bilancio saudita nel 2019 era di 35 miliardi di dollari, mentre tale cifra per il 2020 (con un aumento di circa il 50%) era di 50 miliardi. Dato il recente forte calo dei prezzi del petrolio, è probabile che il deficit di bilancio sia ben al di sopra della cifra prevista. Il peggioramento delle prospettive economiche nel paese è la Prova più importante di questa situazione.
In secondo luogo, questi recenti sviluppi inoltre rivelavano che l’Arabia Saudita non ha più avuto alcuna influenza sul mercato globale dell’energia, di cui fu l’attore principale in passato. In effetti, la partenza del Qatar dall’OPEC l’anno scorso rese controverso il potere dell’istituzione, ampiamente controllata dai sauditi. I recenti sviluppi rafforzavano i commenti secondo cui i sauditi hanno perso il loro strumento politico più importante, la carta dell’energia, a causa dell’opposizione della Russia alle proposte di riduzione della produzione per frenare i forti ribassi dei prezzi del petrolio. In passato, il regno aveva un monopolio determinante sul prezzo del petrolio riducendo drasticamente e aumentandone l’offerta di petrolio. In questo periodo, coll’inclusione di importanti produttori come Stati Uniti e Russia nel mercato, e la costosa politica estera del regno, diveniva impossibile per il Regno tentare di ridurre la produzione rischiando il calo delle entrate petrolifere. Uno sguardo più attento alla struttura del mercato globale dell’energia di oggi suggerisce che un possibile taglio della produzione dai sauditi porterebbe grandi produttori come Stati Uniti e Russia ad aumentare la produzione, non solo riducendo la quantità di petrolio sul mercato, ma sequestrando ai sauditi il Sunday Share. Dopo aver risposto al rifiuto della domanda della Russia di tagliare la produzione dell’OPEC nel fine settimana, l’amministrazione di Riyadh decise di aumentare ulteriormente la produzione di petrolio, optando per una politica che infliggesse perdite ai rivali nel mercato globale del petrolio.
In terzo luogo, la sospensione delle visite a Umrah per la minaccia del virus e la chiusura temporanea di Masjid al-Haram e Masjid Al-Nabawi a scopo precauzionale metteva anche in pericolo le entrate annuali del regno da Haj e Umra per circa 25-40 miliardi di dollari, approfondendo la recessione economica. Un’altra conseguenza dell’indebolimento del turismo haj e umrah è l’uso del “Qadim al-Haramaynish-Sharifayn” (servitore dei luoghi santi) degli attributi dei re dell’Arabia Saudita, che per molti anni fu alla base della loro legittimità politica e della pretesa del Paese di essere a capo del mondo islamico. Ciò potrebbe sollevare la questione di legittimità nel Paese e minare la reputazione dei sauditi nel mondo islamico. A Riyadh si gettava il Paese nella palude con la guerra in Yemen, iniziata su iniziativa di MbS, il danno alla reputazione internazionale dei sauditi coll’omicidio di Khashoggi, il collo di bottiglia che gli sviluppi nel mercato globale dell’energia hanno imposto all’economia saudita, l’alienazione degli ulema sauditi in nome dell'”Islam moderato”, il rilancio del settore dell’intrattenimento e la purga dei potenti della dinastia. I fallimenti dell’amministrazione MbS permettevano che tale insoddisfazione si trasformi in azione politica nel Paese. I recenti sviluppi mostravano che MbS sente profondamente questo crescente malcontento degli attori politici e le loro azioni contro l’amministrazione. L’arresto di Ahmad bin Abdulaziz, figlio di Abdulaziz, re fondatore dello Stato saudita e nome più importante della dinastia, è impossibile spiegarlo diversamente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio