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USA: finale inglorioso della tragedia afgana

Viktor Mikhin, New Eastern Outlook 15.03.2020

Washington veniva sopraffatta da uno tsunami di euforia o isteria a seguito dell’accordo raggiunto tra Stati Uniti e il movimento radicale talib (bandito in Russia). È abbastanza comprensibile Dopotutto, sullo sfondo dei continui fallimenti dell’amministrazione Trump in Iran, Siria, Iraq e altri Paesi del Medio Oriente, qualsiasi accordo coi taliban sembra un grande risultato. Il presidente nordamericano ne parlò laddove possibile: con numerosi discorsi in TV, rilasciando numerose interviste e scrivendo formalmente della sua “grande vittoria” su twitter. Ma cosa, esattamente, fu firmato a Doha, in Qatar, ed è davvero un documento importante su cui vale la pena chiacchierare ad ogni angolo?
Ufficialmente, i punti chiave di tale accordo sono i seguenti:
– Gli Stati Uniti ridurranno le forze in Afghanistan da 12000 a 8600 e chiuderanno cinque basi militari entro la metà di luglio. Le restanti truppe saranno ritirate entro maggio 2021.
– I taliban non consentiranno ai gruppi islamisti di usare la terra afgana per minacciare Stati Uniti ed alleati.
– Il governo afghano rilascerà 5000 prigionieri in cambio di 1000 militari afghani detenuti dai taliban.
– Gli Stati Uniti lavoreranno per revocare le sanzioni ai taliban.
– I taliban e il governo afghano avvieranno i negoziati per un cessate il fuoco globale a marzo.
Mike Pompeo ammise che l’accordo contiene disposizioni che non possono essere divulgate al pubblico, ma saranno disponibili ai membri del Congresso degli Stati Uniti. Il contenuto segreto dell’accordo riguarda la sicurezza dei militari nordamericani. “Non ci sono aggiunte all’accordo che non siano disponibili ai congressisti… Non abbiamo accordi segreti”, aveva detto M. Pompeo, come riportato dalle agenzie di stampa nordamericane. Allo stesso tempo, Trump minacciava di “rischierare rapidamente” truppe in Afghanistan in caso di violazione dell’accordo. Secondo gli analisti, la firma dell’accordo di pace era vantaggiosa per entrambe le parti, dato che nessuno avrebbe potuto vincere questo confronto. Allo stesso tempo, gli esperti sono convinti che gli Stati Uniti non si ritireranno completamente dall’Afghanistan; credono che istruttori e compagnie militari private statunitensi continueranno a operare nel Paese. Inoltre, l’editoriale de Le Monde era dell’opinione che l’accordo non significa che gli statunitensi indebolivano la propria influenza abbandonando l’Afghanistan. Gli Stati Uniti vi manterranno l’influenza usando non truppe, ma intelligence, istruttori, compagnie militari private e guardie di certe importanti strutture commerciali strategiche. L’Afghanistan è troppo importante per gli Stati Uniti, afferma il giornale, perché lascino completamente il Paese.
Per comprendere la nuova strategia di Trump sull’Afghanistan, ci si dovrebbe probabilmente riferirsi al discorso dell’aprile 2017 quando affermò che gli Stati Uniti avrebbero continuato ad aiutare il governo afghano nella lotta ai taliban e che non avrebbero ritirato subito i militari dall’Afghanistan. Il ritiro delle forze armate statunitensi “creerà un vuoto che sarà colmato dai terroristi di SIIL ed al-Qaida (gruppi terroristici banditi in Russia), come accaduto in precedenza in Iraq”, soprattutto perché esistevano 20 organizzazioni terroristiche in Afghanistan e Pakistan, più che in qualsiasi altra parte del mondo, notava il presidente nordamericano. Tuttavia, “gli Stati Uniti non intendono più impegnarsi nella creazione di una società democratica in Afghanistan”, annunciava Trump. Invece, “elimineranno i terroristi”. La brusca svolta avveniva all’improvviso quando il presidente indicò personalmente il segretario di Stato Mike Pompeo di raggiungere un accordo di pace coi taliban a qualsiasi costo. La nazione estremamente ricca del Qatar, dai buoni legami coi taliban, s’impegnava attivamente in tale processo. Per 19 anni, gli Stati Uniti ebbero un solo principio in Afghanistan: un buon talib è il talib morto. E ora il loro presidente chiamava i taliban “buoni combattenti” che, disse, anche l’URSS aveva scoperto. Quest’ultimo è probabilmente motivo per cui li perdona per aver umiliato “l’esercito più forte del pianeta Terra”. Dopotutto, gli statunitensi firmarono tale “accordo” e abbandonavano il Paese non perché Trump l’aveva detto, ma perché i taliban gli permettono gentilmente di farlo. Il movimento li lascia andare in pace. Una pace condizionata a ciò, il che significa che fu costruita alle loro condizioni. I taliban ottenevano tutto ciò che possono nelle attuali circostanze. Ad esempio, la coltivazione del papavero da oppio si era ampliava più di 40 volte, così come la produzione di stupefacenti. Anche l’influenza dei taliban era cresciuta: metà del Paese è sotto il loro dominio. L’unica cosa che dispiaceva ai talebani era la presenza degli Stati Uniti, ma sembra che li abbiano affrontati, rimandando a casa i coraggiosi soldati nordamericani. In altre parole, tutto torna allo status quo del 2001, quando Washington decise di mostrare al mondo la sua debole potenza militare. Negli anni in cui gli Stati Uniti presumibilmente addestrarono le forze armate afghane e formarono un governo, le battaglie che ne seguirono provocarono 2309 morti e 20660 feriti tra i soldati nordamericani, costando agli Stati Uniti oltre 2 trilioni di dollari. E tutto questo andandosene a mani vuote. L’Afghanistan è diventato una trappola per gli statunitensi. La guerra vittoriosa era fallita. Gli Stati Uniti finirono in una situazione in cui era impossibile andarsene (perché sarebbe stato un duro colpo per la loro reputazione) e sarebbe stato distruttivo rimanere (perché non c’era la fine della guerra in vista). Dopo 19 anni di presenza militare nordamericana in Afghanistan la situazione rimaneva tesa. Rapporti regolari su decessi di militari nordamericani arrivavano dal Paese. L’ultimo avvenne a febbraio, quando emersero informazioni sulla morte di due soldati statunitensi.
Questo patto, o piuttosto semplice accordo, provocava reazioni contrastanti nel mondo, e soprattutto dai vicini dell’Afghanistan. “L’invasione nordamericana e la successiva presenza in Afghanistan si conclusero con la resa”, dichiarava il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. ‘Gli occupanti nordamericani non avrebbero mai dovuto invadere l’Afghanistan. Ma l’hanno fatto incolpando tutti gli altri delle conseguenze. Ora, dopo 19 anni di umiliazioni, gli Stati Uniti proponevano la resa. Che si tratti di Afghanistan, Siria, Iraq o Yemen, gli Stati Uniti sono l’unico problema. Lasceranno un disastro completo quando si ritireranno”, scrisse il Ministro degli Esteri iraniano su twitter. Inoltre, Abbas Musavi dichiarò in una conferenza stampa online che Teheran continuerà il dialogo coi rappresentanti dei taliban (banditi in Russia) dopo che avranno raggiunto un accordo col portavoce del Ministero degli Esteri iraniano. “Continueremo i negoziati coi taliban e, come prima, il governo afghano ne sarà informato”, affermava. “Questo evento [la firma dell’accordo USA-taliban] non avrà alcun impatto. Secondo il portavoce del Ministero degli Esteri, i taliban sono una realtà dell’Afghanistan che non può essere ignorata. Ma i problemi nel Paese vanno risolti coi colloqui intra-afghani. Mosca accoglieva con favore la firma dell’accordo di pace tra Stati Uniti e taliban e il ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan. La Russia considera un passo importante la fine della guerra nella repubblica islamica, commentava il Ministero degli Esteri russo. La Russia riteneva che tale evento rappresentasse un passo importante verso la fine della guerra e l’avvio dei negoziati interafghani sulla ricostruzione postbellica del Paese. Per l’Afghanistan, tuttavia, tale accordo di pace è solo il primo passo di un lungo processo di pace volto a unire il Paese devastato da una guerra di 19 anni. Ora i taliban e il governo afghano devono negoziare l’accordo di condivisione del potere tra l’attuale governo e l’ex-governo taliba, rovesciato dall’invasione della NATO guidata dagli Stati Uniti, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.

Viktor Mikhin, corrispondente dell’Accademia di Scienze Naturali Russa, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio