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La Cina realizza il concetto di indo-pacifico?

Dmitrij Bokarev, New Eastern Outlook 13.03.2020

Il concetto dell’Indo-Pacifico come regione è relativamente nuovo. Politici e giornalisti occidentali iniziarono ad usarlo con crescente frequenza mentre lo scontro tra occidente e Cina continuava ad intensificarsi. Il fatto è che, col peso economico, politico e militare della RPC che continua a crescere a un ritmo senza precedenti nell’ultimo decennio, la nazione cerca lo status di superpotenza paragonabile per influenza a Stati Uniti o Unione Sovietica. Una Cina sempre più potente iniziava a competere attivamente cogli Stati Uniti in tutte le sfere possibili e già vi aveva successo. E mentre la rivalità economica tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese abbraccia l’intero globo, l’Asia-Pacifico è diventata l’arena dello scontro geopolitico tra le due nazioni. Il termine Asia-Pacifico è usato principalmente in economia e politica e non si riferisce necessariamente a una regione geografica di per sé. Pertanto, non tutti gli esperti concordano su quali Paesi dovrebbero farne parte. Tuttavia, la regione Asia-Pacifico comprende circa 50 nazioni che hanno coste o sono situate nell’Oceano Pacifico, come Cina, Stati Uniti, Russia, Giappone e Australia. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti divennero una potenza militare chiave nell’Asia-Pacifico posizionando le loro truppe nelle Filippine, Giappone, Corea del Sud, Australia e Oceania. Le navi della marina nordamericana, pertanto, si sentivano a proprio agio nell’Oceano Pacifico fino a poco tempo fa, attraversando liberamente l’Oceano Indiano per la presenza dell’esercito nordamericano in Africa e le amichevoli relazioni coll’India. Tuttavia, una Cina sempre più potente iniziava a rafforzare la presenza in entrambi gli oceani, cercando di scacciare gli Stati Uniti dalla regione e ridurre l’influenza dei suoi alleati regionali. Nel 2013, la RPC lanciò l’iniziativa One Belt One Road (OBOR) volta a collegare le rotte globali e le nazioni attraversate da esse in un’unica rete economica e di trasporto per consentire la libera circolazione di merci e persone. Il progetto prevede la costruzione di strade e porti; l’elaborazione di accordi economici reciprocamente vantaggiosi tra i Paesi partecipanti; la rimozione delle barriere commerciali e maggiore facilità di movimento di persone e navi lungo le rotte OBOR.
La sua componente, la 21st Century Maritime Silk Road (MSR), potrebbe collegare in futuro tutte le principali rotte marittime globali. Per ora, questa parte dell’iniziativa ha raggiunto i maggiori successi nelle regioni dell’Asia orientale e dell’Africa. La leadership cinese promuove legami economici con le nazioni di Asia-Pacifico, Oceano Indiano ed Africa, investendo generosamente nelle loro economie e promettendo enormi vantaggi finanziari dalla partecipazione all’OBOR. Come risultato di questi sforzi, le navi cinesi possono muoversi negli oceani Indiano e del Pacifico, e lungo le coste meridionali dell’Eurasia più liberamente di prima, ed entrare nei porti delle nazioni che fanno parte del MSR (come Pakistan, Sri Lanka, nazioni africane, ecc.) con maggiore facilità. Sebbene Pechino abbia ripetutamente sottolineato che gli obiettivi dell’OBOR siano di natura economica, gli Stati Uniti e varie altre nazioni, come l’India, considerano l’iniziativa un mezzo per aumentare la presenza della RPC (inclusa militare) nella regione. Questi sospetti s’intensificarono solo dopo che sottomarini cinesi entravano nei porti di Sri Lanka e Pakistan nel 2015. Nel 2017, la Cina stabilì la prima base militare all’estero a Gibuti, vicino allo stretto di Bab al-Mandab, una regione d’importanza strategica per la navigazione marittima tra Europa e Asia. Nell’Oceano Pacifico, le attività della RPC nel Mar Cinese Meridionale sono di particolare interesse poiché, dal 2014 la Cina ha iniziato a costruire isole artificiali nell’arcipelago Spratly, un territorio conteso e rivendicato da Cina ed altre nazioni della regione. La RPC vi posizionava aerei da caccia aumentando così in modo sostanziale la portata militare in questa parte del mondo. Inoltre, la Cina attivamente promuove legami con le Filippine, uno dei più vecchi partner militari degli statunitensi nella regione. È risaputo che le relazioni tra Stati Uniti e Filippine sono peggiorate coll’attuale presidente Rodrigo Duterte. Nel 2016 promise di liberare il Paese dai militari nordamericano entro 2 anni e persino insultò il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. È assai improbabile che Rodrigo Duterte si comportasse così senza un forte sostegno cinese. Nel 2019, il leader della RPC Xi Jinping promise d’investire 12 miliardi di dollari nell’economia filippina. Quindi, non dovrebbero esserci dubbi sull’entità del sostegno cinese a questa nazione. Le truppe nordamericane di stanza nelle Filippine potrebbero essere sostituite da quelle cinesi in futuro. Vi è anche una maggiore presenza cinese nel Mar Cinese Orientale, regione dell’Oceano Pacifico. Le isole Senkaku, territorio conteso e rivendicato da RPC e Giappone, si trovano in questo mare. Quindi, la presenza periodica di navi militari cinesi nella regione provoca proteste dal Giappone. Sia Cina che Giappone rivendicano anche un altro gruppo di isole, le Liancourt Rocks, situate nel Mar del Giappone. Nel luglio 2019, i bombardieri strategici della RPC sorvolarono il territorio contestato causando proteste da Giappone e Corea del Sud, anch’essa impegnata nella summenzionata disputa territoriale. La RPC fu anche particolarmente attiva nelle nazioni dell’Oceania pronte a ricevere investimenti esteri in considerazione del livello del proprio sviluppo socioeconomico. La notizia che la Cina negozia con Vanuatu la creazione di una base militare in questa nazione insulare fu di particolare interesse nel 2018. Pechino e Port Vila smentirono, ma Stati Uniti ed Australia, situati vicino alle Vanuatu, rimasero preoccupati da tale possibilità.
Quindi, la Cina si consolida attivamente negli oceani Indiano e Pacifico, tra l’altro cercando di aumentare la presenza militare in questa regione. Naturalmente, la crescente influenza della RPC preoccupa Stati Uniti, loro alleati ed altre nazioni che intrattengono relazioni tese con la Cina. L’India è tra i Paesi summenzionati, in quanto è uno dei principali rivali della RPC e le controversie territoriali tra i due hanno già portato a conflitti armati. L’India ha proprio ambizioni, ovvero il dominio militare nell’Oceano Indiano. E la crescente presenza della Cina nelle nazioni vicine Pakistan e Sri Lanka è anche motivo di preoccupazione a Nuova Delhi. Mentre India, Stati Uniti, Australia ed altre nazioni si preoccupano sempre più della crescente influenza della RPC, cercavano di unirsi negli sforzi per contenere la Cina. Quindi, i capi di questi Paesi usarono il termine Indo-Pacifico sempre più frequentemente. L’Indo-Pacifico comprende essenzialmente la sfera di influenza di Stati Uniti ed alleati (Australia, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda) e dell’India. Dal punto di vista della leadership di questi Paesi, lavorando di concerto nell’Indo–Pacifico, potranno ridurre il peso economico, politico e militare della Cina nella regione e di aiutarsi a vicenda per preservare le proprie sfere di influenza. Con tale obiettivo in mente, gli oppositori della RPC pianificano la promozione di legami economici, trasporti e militari tra essi e altre nazioni nella regione dell’Indo-Pacifico. E quindi dovranno stabilire regole comuni e determinare quali diritti e doveri avrà ciascun attore. In teoria, una collaborazione che coinvolge i rivali cinesi nella regione dell’Indo-Pacifico sarà un passo positivo per essi e pericoloso per la RPC. Tuttavia, alcuni credono che l’idea sia tardiva poiché ciascuna delle nazioni menzionate ha i propri interessi che ostacolano il processo d’integrazione. Inoltre, ci vorrà molto prima che raggiungano un accordo. La Cina, d’altra parte, ha unito attivamente le regioni dell’Asia-Pacifico e dell’Oceano Indiano con la sua iniziativa della Via della Seta marittima del 21° secolo, di cui l’intero continente africano e molte nazioni eurasiatiche con accesso agli oceani Indiano e Pacifico fanno già parte. In effetti, potremmo indicare questa area geografica come Indo-Pacifico, ma al momento riflette la visione della Cina e non quella dell’occidente e dei suoi partner.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio