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Cina, coronavirus e capitalismo

Bruno Guigue

Abbiamo letto, visto e sentito di tutto: “il regime cinese è fallito”, la Cina è “sull’orlo”, il “sistema crolla”, Xi Jinping è “politicamente minacciato” e “brancola nel buio”, la” dittatura vacilla”, “il totalitarismo è scosso” e “ammette il suo fallimento”, “nulla sarà più come prima”. Una cosa è certa, infatti, è che nulla sarà più come prima, e per una buona ragione: la Repubblica popolare ha chiaramente sconfitto l’epidemia in due mesi. Gli uccelli del malaugurio diranno che è falso, che i dati sono falsi, che l’epidemia può ritornare. Ma gli esperti internazionali affermano il contrario e i fatti parlano da soli. Il numero giornaliero di nuove infezioni è ora 50 volte superiore nel resto del mondo che nella Repubblica popolare cinese. Degli 80000 casi registrati da gennaio in questo paese, 70000 pazienti sono già stati curati. Le restrizioni di viaggio vengono gradualmente revocate e l’attività economica riprende. Comprendiamo che questa realtà rattristo i nemici della Cina che brulicano nei media del mondo libero, ma dovranno abituarsi. La Cina ha realizzato ciò che alcun Paese è mai riuscito a fare: sconfiggere un’epidemia con una massiccia mobilitazione della società e dello Stato.
Dopo aver segnalato il virus all’OMS il 31 dicembre 2019, la Cina è in ordine di battaglia senza precedenti nella storia, col contenimento di 50 milioni di persone dal 23 gennaio, rallentando la progressione dell’epidemia. Apparso con la mascherina in televisione l’8 febbraio, il Presidente Xi dichiarò “la guerra popolare contro il nuovo demone”. Decine di migliaia di volontari accorsero a Hubei, decine di ospedali furono costruiti in poche settimane, migliaia di squadre furono inviate per rintracciare i contattati dai malati e il loro entourage. Solo un esempio: al termine dei festeggiamenti del capodanno cinese, 860000 persone tornarono a Pechino. Il governo gli ordinò di rimanere per due settimane e il comune mobilitò 160000 addetti per garantire il rispetto di queste istruzioni. Se l’epidemia si ritira non è perché abbiamo girato le ruote della preghiera, è perché il popolo cinese ha compiuto sforzi giganteschi. In Europa critichiamo la Cina, procrastiniamo, “favoriamo l’economia” e nel frattempo la pandemia si diffonde. Nel 2009, il virus H1N1, apparso in Messico e negli Stati Uniti infettò 1600000 persone e ne uccise 284000 nel mondo. Washington si distinse per la sua nullità nell’affrontare tale pandemia, e i media occidentali preferirono guardare altrove. Oggi dovremo ammettere che il nostro sistema non funziona, mentre il socialismo cinese ha nuovamente dimostrato la sua superiorità. Perché per combattere una simile minaccia, è ancora necessario avere uno Stato. Ma dov’è il nostro? La salute pubblica è una sua priorità? Saprebbe costruire nuovi ospedali, anche quando è intenzionato a distruggere quelli esistenti? In un Paese in cui la proprietà pubblica è negativa, in cui i servizi pubblici sono privatizzati e smantellati, in cui lo Stato è ostaggio volontario della comunità finanziaria, sapremmo fare il 10% di ciò che hanno i cinesi fatto?
È vero che a Pechino non si applicano le istruzioni neoliberiste, le banche obbediscono al governo, la proprietà pubblica pesa il 50% della ricchezza nazionale, lo Stato ha l’obbligo di dare risultati, ed è stato giudicato da 800 milioni di utenti di Internet sulla sua capacità di risolvere i problemi, sa di essere responsabile dell’interesse nazionale, che il suo mandato si rinnova solo se lo dimostra nei fatti e non nelle parole. Dittatura totalitaria, questo sistema? Strana dittatura in cui il dibattito è permanente, gli errori denunciati, ha frequenti manifestazioni ed istituzioni sottoposte a critiche. Sarebbe un regime totalitario, perché costringe intere popolazioni al contenimento massiccio che secondo tutti gli esperti è l’unica misura efficace? È senza dubbio un sistema imperfetto, ma funziona e tiene conto degli errori. Mentre con noi con autosufficienza prendiamo al posto dell’autocritica, la denigrazione degli altri, sostituiamo l’assunzione di responsabilità e un’azione di permanente blateraggio.
L’editoriale di “Le Monde”, questo corifeo scientifico, ha ragione: “è il fallimento di un sistema”. Solo che il sistema fallimentare non è quello che pensiamo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio