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Come Mosca liquida il petrodollaro

Aleksandr Zapolskis, Stalker Zone, 9 marzo 2020

Gli Stati Uniti perderanno l’industria petrolifera e del gas, che genera 1,3 trilioni di dollari all’anno e modella il 7,6% del PIL nordamericano. Infine, anche il collasso dell’OPEC, base del sistema mondiale del petrodollaro nordamericano, gioverà. Ci sarà un nuovo OPEC+, con nuove regole di gioco russe, non nordamericane.
Il 6 marzo 2020, passerà alla storia come il giorno del crollo del sistema globale di petrodollaro esistente dal 1960. Alla riunione dell’OPEC+ a Vienna, la Russia rifiutava di partecipare al programma di riduzione della produzione per stabilizzare il prezzo dell’oro nero. Pertanto, gli accordi esistenti cesseranno automaticamente dopo la scadenza del 31 marzo. D’ora in poi, ogni produttore baderà a se stesso. Perché questo sia successo e cosa accadrà nel prossimo futuro è oggi una delle principali questioni economiche, oltre che geopolitiche. Comprendere la risposta richiede un’analisi retrospettiva delle ragioni dell’alleanza dell’OPEC con la Russia tre anni fa. Di fronte al problema della non ripresa della bilancia commerciale estera negativa, gli Stati Uniti lanciavano la cosiddetta rivoluzione dello scisto. Aumentando rapidamente la produzione di petrolio nei campi di scisto, gli USA si aspettava di passare da importatore netto a principale esportatore netto di petrolio del mondo facendoci i soldi . E va detto che all’inizio ci erano riusciti. Da valori prossimi allo zero nel 2007, gli Stati Uniti aumentavano le esportazioni di petrolio a 2,3 milioni di barili al giorno nel 2013 e 3,5 milioni di barili nel 2014, conquistando immediatamente il 4,3% del mercato mondiale. A metà del 2018, la produzione di scisto aveva raggiunto i 6,3 milioni di barili. Sì, la maggior parte delle società di estrazione ha subito una perdita, ma il mercato globale ha avuto un aumento significativo dell’offerta iniziando a rispondervi. Per riferimento: la produzione giornaliera in Arabia Saudita e Russia ammontava a circa 10 milioni di barili al giorno. Di conseguenza, il prezzo medio al barile è sceso da 111,87 del giugno 2014 a 48,42 dollari del gennaio 2015. La domanda che si poneva di fronte ai principali produttori era cosa fare dopo?
La situazione sembrava semplice. L’elemento del mercato non poteva superare da solo la crisi. A settembre 2015 un barile costava già 47,23 dollari, e a gennaio 2016 30,8 dollari. Il mercato nordamericano dello scisto fu scosso dalla devastazione delle società di estrazione, ma continuò ad incombere intorno ai 42-49 dollari con la tendenza a crollare ancora più. Tutti immediatamente ricordarono che nel luglio 1986 il petrolio veniva scambiato a 9,56 dollari al barile, che ora non sarebbe accettato da nessuno produttore. Tuttavia, le previsioni negative non sembravano così cupe, ma non causavano neppure gioia. Il calcolo sul saldo tra domanda e offerta previde una stabilizzazione del mercato intorno ai 42 dollari. In particolare, per la Russia questo minacciava non solo di bloccare i risparmi del Fondo di riserva, ma ha anche comportò perdite dirette nel bilancio, calcolate sulla base del taglio a 40 dollari al barile, se crollava, diciamo, a 39. Rispetto alle entrate giornaliere in precedenza ricevute per 1 miliardo di dollari, le perdite totali dell’industria petrolifera russa potevano raggiungere i 610 milioni al giorno. L’Arabia Saudita stimò le perdite più o meno pari. Se so provava a ridurre il debito di, per esempio, 1 milione di barili al giorno per tutti grazie all’impegno congiunto dell’OPEC (34% della produzione mondiale totale) e della Russia (12,6%), sembrava possibile mantenere il prezzo mondiale almeno 53-55 dollari. In questo caso, la Russia avrebbe perso solo 466,5 milioni al giorno, 143,5 milioni in meno rispetto allo scenario peggiore. Inoltre, il Paese poté continuare la normale attuazione del bilancio e persino mantenere il flusso di fondi verso le riserve. Di conseguenza, il 30 novembre 2016 a Vienna, Mosca firmò l’accordo col cartello su azioni congiunte per superare la crisi, denominato OPEC+. Prevedeva un calo generale della produzione di 1,8 milioni di barili al giorno, do cui per la Federazione Russa 300000 barili. Inizialmente, la decisione ebbe l’effetto previsto. Se il giorno della firma un barile costava 47,97 dollari, nel gennaio 2017 era 55,98 dollari, riducendo così le perdite russe di quasi 10 milioni al giorno. L’alleanza tattica col cartello funzionò anche se gli Stati Uniti si rifiutarono di ridurre la produzione. Pertanto, nel maggio 2017, quando decadde il precedente accordo, i membri dell’OPEC+ l’estesero a marzo 2018 e poi fino a marzo 2020.
A prima vista, tutto andava bene. Già nel novembre 2017 il prezzo superò i 62 dollari, nel gennaio 2018 i 68,77 e nell’ottobre 2018 raggiunse gli 80,64 dollari al barile. Riducemmo le perdite delle entrate petrolifere a 194 milioni al giorno, una vittoria innegabile rispetto allo scenario peggiore di 610 milioni. Ma ora nei dettagli la questione non sembra così rosea. All’aumentare dei prezzi, anche le perdite degli scisti statunitensi comportava un aumento dei volumi di produzione. Nel settembre 2019, raggiunsero i 12,45 milioni di barili al giorno. Ciò non solo mise sotto pressione i prezzi, che nuovamente iniziavano a scendere (63,15 nel giugno 2019), ma anche iniziarono a formare un eccesso complessivo di offerta sul mercato. Lo squilibrio si era poi intensificato ancora più. Ad esempio, le statistiche ufficiali non riflettono i 54,7 barili al giorno di petrolio prodotto in Siria, i cui campi sono sotto il controllo dell’esercito nordamericano. Nessuno può nominare accuratamente il volume effettivo delle esportazioni dell’Iran sanzionato. Si ritiene che la produzione sia scesa a 2,28 milioni di barili al giorno, ma alcune fonti ritengono che possa raggiungere i 2,6 milioni di barili con operazioni in grigio. La differenza supera il volume della riduzione della produzione russa. La questione è complicata dal fatto che circa 5 trilioni di dollari di fatturato della cosiddetta carta sono rappresentati da 100 miliardi di dollari nel commercio di petrolio fisico nel mondo. Questo quando gli investitori investono in contratti futures esclusivamente a fini speculativi, senza presumere che effettivamente di prendano. Questi futures non sono affatto legati alla produzione. Significano che un determinato venditore si impegna a trovarli da qualche parte e consegnarli all’acquirente a un prezzo fisso entro una certa data. Inoltre, esistono ancora derivati sul negoziato di futures, il che rende estremamente difficile calcolare l’equilibrio reale del mercato con sufficiente precisione. Ad esempio, secondo i dati ufficiali, il consumo totale di petrolio nel 2017 aumentò a 98,19 milioni di barili al giorno (solo 1,7 milioni in più rispetto al 2016), mentre la produzione mondiale totale ufficiale fu di circa 52 milioni di barili al giorno. In teoria, l’aritmetica afferma che dovrebbe esserci un deficit di offerta nel mercato e che i prezzi siano obbligati a sorvolare le nuvole, ma allo stesso tempo calavano silenziosamente e le riserve di petrolio aumentavano. Nella primavera del 2019, parte della flotta di petroliere era generalmente ancorata e carica di petrolio come deposito temporaneo. Gli esperti l’interpretavano come prova diretta dell’eccesso di offerta per un 2,3-2,8%. Col trend di crescita al 6,5% alla fine del 2019. Soprattutto, tutti gli sforzi dell’OPEC+ per ridurre la produzione nordamericana venivano utilizzati per rafforzare la sua quota di mercato, con implicazioni sul prezzo a lungo termine. Aveva urgentemente bisogno di correggere la negatività della bilancia del commercio estero, prima di tutto, ora. Tuttavia, molti provavano a giocare sul volume ora. Ad esempio, il Brasile, la cui quota di produzione è del 3,1%.
In generale, i prezzi scesero di nuovo lentamente e la proposta dell’Arabia Saudita di ridurre ulteriormente la produzione dell’OPEC+ (per la Russia ipotizzò una riduzione di 500000 barili al giorno) chiaramente non poteva stabilizzare efficacemente il mercato. Il coronavirus COVID-19 dimostra che l’economia mondiale non è solo caduta in una crisi temporanea, dopo di che continuerà a crescere. L’imminente declino dell’economia mondiale è sistemico e sarà a lungo. Sarebbe bello se riuscisse a raggiungere il fondo in un decennio. Nel valutare l’ammontare delle perdite della Federazione Russa da 100 a 150 milioni di dollari al giorno a causa del ritiro dall’accordo OPEC+, il comproprietario di LUKOIL aveva perfettamente ragione, matematicamente, ma si sbagliava sistematicamente. Perché è necessario valutare non rispetto ad oggi, ma affidarsi alle cifre dello scenario peggiore, basate sul prezzo del mercato per i prossimi 3-5 anni, il che definisce il costo della produzione piuttosto che la quota stessa. E qui abbiamo il seguente. La Russia può mantenere l’avanzo di bilancio, quindi, così come la possibilità di continuare l’attuazione dei piani di sviluppo economico anche col petrolio a 40 dollari al barile. I sauditi avranno problemi interni in questo caso, ma in generale possono essere superati. Ma l’estrazione dello scisto nordamericano non potrà continuare esattamente con questo livello, specialmente data la “spada di Damocle” del credito che vi pende sopra. Pertanto, l’offerta totale diminuirà dalla quota nordamericana di 12,45 milioni di barili al giorno, che è maggiore della produzione della Federazione Russa. Inoltre, l’offerta proveniente da Canada, Venezuela e numerosi altri Paesi diminuirà inevitabilmente. In generale, questo passaggio entro due o tre mesi può rimuovere dal mercato fino al 9-10% dell’offerta totale, stabilizzando accuratamente i prezzi nell’area sufficientemente confortevole per noi di 42-44 dollari al barile, se non superiori. Sì, questo ridurrà i ricavi delle esportazioni dagli attuali 600-650 milioni al giorno a 430 milioni, ma proteggerà il prezzo dall’influenza degli Stati Uniti e consentirà persino alla Russia di aumentare la produzione del 2-3% rispetto ai valori attuali. Sì, ora il rublo affonderà e molti esperti scaricheranno sul pubblico tutta la finzione sull'”uscire dal Paese è necessario”. Ma da un punto di vista strategico, questa decisione implica l’ascesa della Russia a un livello completamente nuovo d’influenza globale. Non solo politico, ma anche economico. Mentre gli Stati Uniti perderanno l’industria petrolifera e del gas, che genera 1,3 trilioni all’anno e modella il 7,6% del PIL nordamericano. E infine, il collasso dell’OPEC, già base del sistema mondiale del petrodollaro nordamericano, dove sauditi e il loro accordo OPEC+ erano solo parte del gioco statunitense, ne trarremo vantaggio. Ci sarà un nuovo OPEC+, come scritto correttamente dal notiziario “Russkij Demjurg”, con nuove regole di gioco russe, non nordamericane.

Traduzione di Alessandro Lattanzio