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La guerra del petrolio è un problema saudita, non russo

John Helmer, Mosca, 9 marzo 2020La Russia non ha iniziato la guerra sul fronte petrolifero attualmente in corso. Non il Ministro dell’Energia Aleksandr Novak, ma Muhamad bin Salman, principe ereditario saudita e amministratore delegato dello sceiccato. Questa è propaganda di guerra del Financial Time: “’C’era consenso tra Opec [per tagliare la produzione]. La Russia ha obiettato ed affermato che dal 1° aprile tutti possono produrre ciò che vogliono. Quindi anche il regno esercita i suoi diritti”, aveva detto una persona che ha familiarità con la politica petrolifera saudita”. Ciò risalta di più nel New York Times: “Mosca ha rifiutato di accettare tagli alla produzione per compensare l’effetto dell’epidemia del coronavirus”. Ciò che è vero è che la guerra è iniziata dal governo degli Stati Uniti; i suoi spetsnaz, produttori di petrolio di scisto; e la loro offensiva per acquisire quote di mercato dai produttori tradizionali, gli Stati membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio guidati dall’Arabia Saudita, oltre alla Russia (OPEC+). Spingendo tale attacco quando la domanda di petrolio iniziò a cadere, poiché il coronavirus danneggia l’economia globale, obbligando i difensori ad accordarsi sulla tattica. I russi sostenevano di mantenere la posizione attuale e di lasciare che il virus, la domanda dinamica e il trascorrere del tempo danneggiassero gli statunitensi. I sauditi sostenevano la fuga, una controffensiva. Tra una difesa a basso rischio in atto e una scommessa a rischio levato, è impossibile farle entrambe contemporaneamente. E successero tre cose dopo.
Illustrando la lezione che il comando russo darà a Muhamad bin Salman, poiché la lezione della scorsa settimana fu data sul fronte della guerra siriana a Tayyip Recep Erdogan, presidente della Turchia. La difesa in profondità di solito sconfigge l’offensiva, persino l’attacco a sorpresa, quando va oltre le linee di rifornimento e le riserve. Secondo fonti russe, tra cui Rosneft, i sauditi da tempo volevano fermare la minaccia del petrolio di scisto nordamericano. Ma per ora, nei loro briefing ai media occidentali, a Riyadh non importa se la Russia si accusata del contrattacco al petrolio di scisto nordamericano. Pertanto, il difensore conservatore è accusato dell’impetuosità dell’attaccante. Ufficialmente, il Presidente Vladimir Putin discusse del pensiero saudita il 3 febbraio, quando Bin Salman e suo padre telefonarono al Cremlino. Ufficialmente, “discussero in dettaglio della situazione del mercato globale degli idrocarburi confermando la volontà di coordinare ulteriormente le azioni nel formato OPEC+ per garantire la stabilità sul mercato petrolifero globale. Si era deciso di mantenere i contatti a vari livelli”. Il contatto proseguì; il coordinamento fu interrotto. L’unico altro leader arabo con cui Putin parlò fu il Presidente Bashar al-Assad il 6 marzo. Putin, che avviò la telefonata, discusse del fronte siriano e di quello che era successo nei negoziati con Erdogan due giorni prima. Leggasi i dettagli qui.
Novak ricevette nuovi ordini in una riunione insolita tenutasi in un aeroporto di Mosca il 1° marzo. Come mostra l’immagine, a sinistra di Putin c’era Novak; Elvira Nabjullina, presidentessa della Banca centrale; e all’estrema destra Igor Sechin, capo di Rosneft. Sul lato opposto del tavolo c’erano i ministri responsabili delle politiche economiche e finanziarie e i consiglieri del Cremlino, oltre al direttore generale di Surgutneftegaz, Vladimir Bogdanov. Riferendosi esplicitamente ai negoziati OPEC+ a Vienna, Putin affermò che “dobbiamo essere preparati a tutti i possibili scenari. Voglio sottolineare: gli attuali prezzi del petrolio sono accettabili per il bilancio russo e la nostra economia. Vorrei ricordare che la nostra politica macroeconomica quest’anno si basa su un prezzo del greggio Brent di 42,4 dollari al barile. Inoltre, i nostri beni accumulati, incluso il National Welfare Fund, sono sufficienti a garantire una situazione stabile e a che tutti gli impegni di bilancio e sociali siano rispettati anche se la situazione nell’economia globale si deteriorasse”. “Volevo tenere questo incontro”, aggiunse Putin, “al fine di discutere questa situazione con voi e ascoltare le vostre opinioni sull’identificazione di ulteriori passi necessari per bilanciare i mercati globali degli idrocarburi”. La divulgazione del Cremlino si fermava dopo “passi necessari per bilanciare i mercati globali degli idrocarburi”. Quattro giorni dopo, nella prima sessione delle delegazioni dell’OPEC a Vienna il 5 marzo, la posizione della Russia non doveva precipitare nuovi tagli alla produzione ma preservare i limiti di produzione esistenti decisi a dicembre; attendere lo sviluppo del problema del coronavirus e misurare la reazione della domanda di petrolio: in breve, ritardare l’introduzione di tagli alla produzione di petrolio come proposto dall’Arabia Saudita sulla sua proiezione del saldo tra domanda e offerta entro giugno. Il comunicato dell’OPEC del 5 marzo sembra dire proprio questo. “Alla luce degli attuali fondamenti e del consenso sulle prospettive di mercato, la Conferenza ha deciso di raccomandare all’ottava riunione ministeriale OPEC e non OPEC di estendere i livelli di adeguamento concordati nella 177.ma riunione della conferenza [5 dicembre 2019] e la 7.ma riunione ministeriale OPEC e non OPEC [6 dicembre 2019] per il resto dell’anno”. Ciò significava un accordo sul mantenimento invariato della fornitura di petrolio e l’obbligo per i produttori di rispettare il limite già concordato. Ma l’OPEC, su insistenza saudita, aggiunse: “Si è anche deciso di raccomandare all’ottava riunione ministeriale dell’OPEC e non OPEC [prevista per il 6 marzo] un ulteriore adeguamento di 1,5 mb/g fino al 30 giugno 2020 da applicare proporzionalmente tra OPEC (1,0 mb/g) e Paesi produttori non OPEC (0,5 mb/g) che partecipano alla Dichiarazione di cooperazione”.
Il giorno successivo, il 6 marzo, la raccomandazione per il taglio della nuova fornitura, “l’ulteriore adeguamento di 1,5 mb/g fino al 30 giugno 2020” non fu concordata. Novak, rappresentante russo, spiegò cosa era successo nel suo briefing al Primo Ministro a Mosca il 9 marzo. “A seguito dell’incontro dei ministri dell’OPEC il 6 marzo a Vienna, non vi era alcuna decisione di prorogare l’attuale accordo sulla riduzione della produzione. La parte russa propose di estendere l’accordo alle condizioni attuali almeno fino alla fine del secondo trimestre per comprendere meglio la situazione dell’impatto del coronavirus sull’economia mondiale e la domanda di petrolio. Nonostante ciò, i partner dell’OPEC decisero di aumentare la produzione di petrolio e lottare per la quota di mercato”. Novak osservò che lo scenario del recesso dall’accordo per limitare la produzione fu elaborato e la situazione attuale nel mercato petrolifero è era nelle previsioni. “L’industria petrolifera russa ha una base di risorse di alta qualità e una riserva sufficiente di forza finanziaria per rimanere competitiva a qualsiasi livello di prezzo previsto, nonché per mantenere la sua quota di mercato. Allo stesso tempo, il governo presterà particolare attenzione alla fornitura stabile di prodotti petroliferi al mercato interno e alla conservazione del potenziale di investimento nel settore”, affermava il ministro dell’Energia”. La terza cosa che accadde, concordata già alla riunione di Vnukovo del 1° marzo, fu la svalutazione del rublo insieme al calo del prezzo del petrolio. Non è corretto dire che il 6 marzo a Vienna la Russia “abbia effettivamente sparato il primo colpo in quella che sembra essere una guerra dei prezzi del petrolio costosa e prolungata”. Nel tempo, il tiro russo fu il terzo.
La valutazione di Chris Weafer era corretta sul tiro iniziato molto prima. “Sembra una battaglia tra Russia e Arabia Saudita sulla politica petrolifera. Ma anche il contesto dell’inarrestabile aumento della produzione petrolifera statunitense negli ultimi dieci anni è un fattore importante. Sia la Russia che i principali produttori dell’OPEC erano apertamente infastiditi dal rifiuto dei produttori statunitensi di partecipare ai tagli alla produzione e dal fatto che l’industria nordamericana era la principale beneficiaria dei meccanismi di sostegno dei prezzi. È esagerato affermare che Mosca e Riyadh collaborano per cercare di ridurre la produzione petrolifera statunitense; il linguaggio del corpo alla riunione di Vienna suggeriva fortemente il contrario. Ma se una guerra dei prezzi provoca alcune perdite negli Stati Uniti e maggiore riluttanza da investitori e istituti di credito a finanziare la futura produzione marginale degli Stati Uniti, allora Mosca e l’OPEC ne saranno sollevati”. Il calcolo della quota di mercato di Weafer era anche quello di Rosneft. “Nel periodo [2008-2020] la quota di mercato statunitense è passata da meno del 9% ad oltre il 17%. Le quote di mercato saudite e russe si mantenevano stabili in questo periodo principalmente per le sanzioni statunitensi a Iran e Venezuela e le perturbazioni in Libia e Nigeria, rimuovendo almeno 4 milioni di barili al giorno dal mercato globale”. Fonti a Mosca spiegavano che svalutando il rublo contemporaneamente al calo del prezzo del petrolio, le compagnie petrolifere russe possono (vogliono) conservare un margine di profitto a un prezzo di riferimento inferiore di gran lunga superiore a quello saudita. In quel momento, Sechin e Bogdanov convinsero Putin che la strategia di attesa funzionerà contro bin Salman. Commenti secondari: “Secondo quanto riferito, l’Arabia Saudita ha bisogno di 85 dollari al barile per bilanciare il proprio budget e non guadagna da una compensazione valutaria poiché il rialzo è ancorato al dollaro. Vedremo come [bin Salman] affronterà lo stress”, commentava un dirigente petrolifero russo”. Un’altra fonte di Mosca commentava: “L’ultimo russo a trattare efficacemente cogli arabi fu Evgenij Primakov, ed è morto [2015]. Lo stato maggiore si è dimostrato buono in Siria. Putin impara in Siria a non rinunciare ai frutti della vittoria”. Sul fronte petrolifero, tra la chiamata del 3 febbraio a bin Salman e l’ultima offerta di Novak del 6 marzo, “guardate gli occhi, non le labbra: i russi hanno deciso di non battere ciglio”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio