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L’economia più forte della Russia permette a Putin di decidere sull’OPEC

Natasha Doff e Anja Andrianova, Worldoil 8/3/2020

La resistenza di Vladimir Putin a ulteriori tagli alla produzione portava alla fine dell’accordo della Russia col cartello dell’OPEC che controlla più della metà della produzione mondiale di petrolio. Alcune metriche chiave che guidano l’economia russa aiutano a spiegare il ragionamento del presidente. “Grazie alla Russia che aveva adottato misure severe, può ora permettersi un prezzo del petrolio inferiore a quello di 5-6 anni fa”, dichiarava Dmitrij Dolgin, capo economista presso la ING Bank di Mosca. Cinque anni di austerità e salvaguardia dei beni contro la minaccia delle sanzioni statunitensi davano alla Russia in una posizione più forte che mai per far fronte alla riduzione dei prezzi del petrolio. I piani di Putin per aumentare la spesa quest’anno possono andare avanti a prescindere e un rublo più debole aiuterà solo gli esportatori di materie prime del Paese, che vendono in dollari. La Russia ha resistito alle pressioni degli alleati dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio nel fare tagli più profondi alla produzione, durante i negoziati a Vienna che conclusisi senza un accordo, dicendo che favorisce il mantenimento delle riduzioni dell’offerta ai livelli attuali fino a giugno. L’Arabia Saudita, l’altro grande protagonista dei colloqui dell’OPEC+, pretende un taglio da 1,5 milioni di barili al giorno complessivi.
Le sanzioni internazionali costrinsero la Russia a ridurre i prestiti esteri negli ultimi anni, mentre le rigide politiche fiscali ridussero al minimo la spesa interna. Il risultato è che la Russia vanta ora la quarta riserva internazionale al mondo e i livelli di debito tra più bassi. Il nuovo governo di Putin ha molto spazio per aumentare le spese quest’anno anche se i prezzi del petrolio scendono a 40 dollari al barile. Sono finiti i giorni in cui la Russia aveva bisogno di prezzi del petrolio ad oltre 100 dollari al barile per bilanciare il budget. Una combinazione di tagli alla spesa e aumenti delle entrate perseguiti dal crollo del prezzo del petrolio del 2015 portava al pareggio del bilancio con 51 dollari al barile. Sebbene i prezzi del petrolio abbiano violato tale livello all’inizio del mese, il Ministero delle Finanze può permettersi di guadagnare un po’ meno dato che il bilancio registrava un avanzo negli ultimi due anni.
Rispetto ad altre nazioni esportatrici di petrolio, la Russia è in ottima forma per far fronte a prezzi più bassi. L’Arabia Saudita, ad esempio, equilibra il suo bilancio con prezzi del petrolio doppi a quelli a cui la Russia può far fronte. Il rublo è sceso del 10% finora quest’anno, rispetto a un crollo di quasi il 30% per il greggio Brent, il che implica che la valuta russa è ancora sopravvalutata. In passato il Cremlino si accontentava di mantenere la valuta debole per aumentare le entrate degli esportatori di materie prime, la forza trainante dell’economia. Scott Johnson di Bloomberg Economics avverte però che un colpo al rublo potrebbe “minare la domanda interna proprio quando altri shock esterni arrivano”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio