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La guerra sul petrolio potrebbe far collassare l’Arabia Saudita

South Front, 09.03.2020

L’Arabia Saudita ha lanciato la guerra petrolifera totale offrendo sconti senza precedenti e inondando il mercato nel tentativo di acquisire una quota maggiore e sconfiggere gli altri produttori di petrolio. Tale approccio da terra bruciata ha causato il peggior calo del prezzo del petrolio dalla guerra nel Golfo Persico nel 1991. Il 9 marzo, il Brent crollava del 28,5%, a 32 dollari al barile, mentre il WTI scese del 31,5%, a 28,27 al barile. La crisi scoppiava mentre le ricadute economiche dell’isteria del coronavirus si riverberavano su tutti i mercati finanziari. Tutto iniziava l’8 marzo quando Riyadh ridusse i prezzi di aprile per le vendite di greggio in Asia di 4-6 dollari al barile e negli Stati Uniti di 7 dollari al barile. Il Regno estese lo sconto del suo greggio di punta Arab Light alle raffinerie dell’Europa nord-occidentale di 8 dollari al barile, offrendolo a 10,25 al barile, sotto il benchmark del Brent. In confronto, gli Urali russi commerciano con uno sconto di circa 2 dollari al barile di Brent. Queste azioni sono l’attacco alla capacità della Russia di vendere greggio in Europa. Il rublo è subito precipitato quasi del 10% scendendo al minimo in più di quattro anni.
Un altro lato che soffriva delle azioni saudite è l’Iran. Il Paese islamico affronta una forte pressione sanzionatoria dagli Stati Uniti e spesso vende il petrolio attraverso schemi complessi e con notevoli sconti. L’Arabia Saudita programma l’aumento della produzione ad oltre 10 milioni di barili al giorno. Attualmente, ne pompa 9,7 milioni, ma può aumentarla fino a 12,5 milioni. Secondo fonti dell’OPEC e saudite del Wall Street Journal, le azioni di Riyad fanno parte di una “campagna aggressiva” contro Mosca. Il pretesto formale di tale campagna era l’incapacità dell’OPEC+ (riunione di rappresentanti degli Stati membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e non membri) per estendere gli accordi di produzione. L’Arabia Saudita voleva 1,5 milioni di barili al giorno di ulteriori tagli alla produzione, ma tale proposta fu respinta dalla Russia. Nonostante l’incapacità di raggiungere un nuovo accordo, l’Arabia Saudita era l’unica potenza ad intraprendere azioni aggressive sul mercato. Tuttavia, è difficile immaginare che l’Arabia Saudita possa adottare tale escalation senza almeno un ordine o approvazione da Washington. Ciò avveniva con la detenzione di due membri della famiglia reale saudita, il principe Ahmad bin Abdulaziz, fratello minore di re Salman, e Muhamad bin Nayaf, nipote del re, il 7 marzo. Tale sviluppo avvenne poco prima dell’offensiva saudita sul mercato petrolifero, probabilmente la punta della lotta occulta tra le fazioni pro-USA e nazionali delle élite saudite; e il blocco pro-USA sembrava avervi il sopravvento. In tale caso, il vero obiettivo della campagna saudita non è solo garantirsi una quota maggiore del mercato petrolifero e punire Mosca per la riluttanza ad accettare il proposto accordo OPEC+, ma dare un duro colpo agli avversari geopolitici di Washington: Russia e Iran. Le forze pro-occidentali e antigovernative esistenti in Russia e in Iran proverebbero a sfruttare take situazione per destabilizzare la situazione interna dei paesi. D’altra parte, l’Arabia Saudita potrebbe presto scoprire che le sue azioni sono fallite. Tali giochi economici e geopolitici nell’acuto conflitto con l’Iran, le sconfitte militari nello Yemen e il crescente conflitto cogli Emirati Arabi Uniti potrebbero costare caro al regno.
Se i prezzi del petrolio scendessero ulteriormente e raggiungessero i 20 dollari al barile, comporterebbero inaccettabili perdite economiche per Russia ed Iran e potrebbero probabilmente scegliere d’utilizzare strumenti non commerciali per influenzare il comportamento saudita. Queste opzioni includono il crescente supporto agli huthi dello Yemen (Ansarullah) con intelligence, armi, denaro e persino consiglieri militari, e la ripresa degli attacchi alle infrastrutture petrolifere saudite (di sicuro per mano degli huthi). Inoltre, la leadership saudita potrebbe improvvisamente scoprire che la situazione interna del regno si aggrava dalle ampie proteste che stanno rapidamente diventando un aperto conflitto civile. Tale scenario non è un segreto per gli analisti finanziari internazionali. L’8 marzo, le azioni della compagnia petrolifera saudita Aramco crollavano al di sotto dell’offerta pubblica iniziale (IPO) chiudendo con un calo del 9,1%. Il 9 marzo continuava la caduta precipitando di un altro 10%. Sembra che ci sia assenza di acquirenti. I rischi sono troppo evidenti. Allo stesso tempo, la gamma di possibili azioni statunitensi a sostegno dell’Arabia Saudita in caso di escalation è limitata dalla campagna presidenziale. In precedenza, il presidente Donald Trump dimostrò che una base militare nordamericana diverrebbe obiettivo di un attacco missilistico diretto e Washington non ordinerebbe un’azione militare diretta in risposta. Tenendo conto di altri esempi dell’attuale approccio statunitense verso gli alleati non israeliani, Riyadh non dovrebbe aspettarsi alcun sostegno reale dagli alleati nordamericani in questo stallo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio