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Vasilij Chujkov: il più grande generale tattico-operativo di tutti i tempi

Martin Sieff, SCF 3 marzo 2020

Ha vinto battaglie di dimensioni che nessun altro ha mai immaginato: ha sviluppato da zero le tattiche da combattimento urbano. Distrusse la forza di combattimento più invincibile che la razza umana avesse visto in 700 anni, dai tempi di Gengis Khan e delle sue orde mongole. Salvò il mondo dalla mostruosa oscurità del nazismo genocida. E nessuno in occidente ne ha mai sentito parlare. Ciò non avrebbe disturbato il Maresciallo dell’Unione Sovietica Vasilij Ivanovich Chujkov, comandante della leggendaria 62.ma Armata che per cinque mesi combatté l’enorme 6.ta Armata nazista nello stallo sulle rive del Volga, con un rapporto di forza che arriva a 15 a uno: il vincitore di Stalingrado divenne il conquistatore della Berlino nazista: una vita sempre più incredibile. Chujkov fu persino autore e storico eccezionale: le sue memorie di guerra sono le più vivide, drammatiche e analiticamente brillanti da quando Giulio Cesare scrisse Le guerre galliche oltre 2000 anni fa. Niente ne è pari. Eppure nei 60 anni trascorsi da quando una versione sintetica, ma comunque eccellente, delle memorie di Chujkov fu pubblicata in occidente, solo il racconto dei combattimenti di Michael K. Jones, del 2007, l’eccellente “Stalingrad: How the Red Army Triumphed“, riconosce il ruolo chiave che ebbe. Fu semplicemente il più grande esempio di leadership militare di un singolo uomo (o donna) nella storia umana.
La 6.ta Armata fu la punta di diamante invincibile e inarrestabile delle armate del Terzo Reich mentre conquistavano Polonia, Belgio, Francia, Jugoslavia, Grecia e gran parte della Russia europea in soli 2,5 anni, dalla primavera 1940 all’autunno 1942. Ma sulle macerie polverizzate di Stalingrado, città in cui il corpo aereo del generale Wolfram Frieherr von Richthofen, Luftflotte 4, fece la pira funebre per centinaia di migliaia di donne e bambini russi, alla fine incontrò il suo destino.
Per la leggendaria 62.ma Armata sovietica, aggrappato sulla sponda occidentale dell’ampio Volga a volte, per neanche 20 metri di larghezza, fu comandato da Chujkov, che miracolosamente quasi da un giorno all’altro divenne il principale esperto dell’Armata Rossa nelle tattiche del combattimento urbano. A Stalingrado scrisse letteralmente un riuscito manuale sulla tattica nella guerra urbana. Era molto diverso da qualsiasi cosa la Wehrmacht nazista avesse mai affrontato prima. Le tattiche del Blitzkrieg, con cui conquistò l’Europa in pochi mesi, furono improvvisamente annullate. Un esercito abituato ad avanzare per centinaia di miglia in una settimana improvvisamente subì migliaia di perdite per avanzare di una casa o parte di fabbrica alla volta. L’esercito tedesco perse più uomini combattendo per prendere un ascensore, o una fabbrica o un grande magazzino, che non quando ingoiava intere nazioni. Nelle sue grandi memorie, Chujkov dà vita ai ritmi appassionati nei combattimenti in città. “Avvicinati alle posizioni del nemico. Muoviti carponi, usando crateri e rovine. Porta con te il mitra sulla spalla. Prendi 10 o 12 granate. Il tempismo e la sorpresa saranno dalla tua parte… Nell’edificio, una granata! Un angolo, un’altra granata! Spara a raffica col tuo mitra! E avanza!”
Visitando Chujkov nel suo quartier generale subito dopo la grande vittoria sovietica, il corrispondente di guerra occidentale Alexander Werth, autore del classico “Russia in guerra”, trasse un’immagine vivida del grande generale. Werth definì Chujkov “un tipo di ufficiale dell’Armata Rossa duro e deciso, ma con una buona dose di bonomia e dalla risata sonora. Aveva un sorriso d’oro. Tutti i suoi denti erano coronati d’oro e scintillavano alla luce delle lampadine”.
Chujkov definì il 14 ottobre 1942, “il giorno più sanguinoso e feroce dell’intera battaglia… (i nazisti) gettarono tre nuove divisioni di fanteria e due corazzate supportate da masse di fanteria e aerei… Quella mattina non si sentivano colpi o esplosioni distinti; il tutto si fuse in un ruggito assordante continuo… In un riparo la vibrazione era tale che un bicchiere sarebbe andato in mille pezzi. Quel giorno furono uccisi 62 uomini nel mio quartier generale”. Il massacro di soldati sovietici che attraversavano il Volga dalla sponda orientale per rafforzare la città in fiamme fu terribile. “Attraversavano il fiume con grande difficoltà, diciamo 20 nuovi soldati, o vecchi ragazzi di 50 o 55 anni o giovani di 18 o 19 anni”, scrisse Chujkov. “Sarebbero rimasti lì sulla riva, tremando di freddo e paura… Quando questi nuovi arrivati raggiunsero (la prima linea), 5 o 10 su 20 erano già stati uccisi dai proiettili tedeschi… ma la particolarità di quei tipi era che chi raggiunse la prima linea molto rapidamente divenne un soldato meravigliosamente coriaceo. Dei veri frontovik“. Ma se i russi subirono sofferenze inimmaginabili, per i tedeschi all’improvviso assediati, che in realtà erano più numerosi dei difensori con un rapporto da 7 a 1 fino a 15 a 1, fu molto, molto peggio. “Combattemmo per 15 giorni per una sola casa, con mortai, granate, mitragliatrici e baionette. Già dal terzo giorno, 54 cadaveri tedeschi erano sparsi su cantine, pianerottoli e scale”, scrisse un ufficiale della 24.ma Divisione corazzata della Wehrmacht. “Stalingrado non è più una città”, esclamò. “Di giorno è un’enorme nuvola di fumo che brucia e acceca; è una vasta fornace illuminata dal riflesso delle fiamme. E quando arriva la notte, una di quelle notti che brucia e ulula, i cani si tuffano nel Volga e nuotano disperatamente per guadagnare l’altra sponda. Le notti di Stalingrado li terrorizzano. Gli animali fuggono da questo inferno; le pietre più dure non possono sopportarlo per molto; solo gli uomini resistono”.
Stalingrado fu certamente un inferno, ma Chujkov alla fine lo concluse. Su sua insistenza, fu l’unico Maresciallo dell’Unione Sovietica a non farsi tumulare nelle mura del Cremlino. La sua tomba si trova in cima al vasto monumento ai caduti russi sulla Mamaev Kurgan, la collina di Mamaev, proprio sotto l’impressionante statua alta 60 metri della Rodina-Mat, la dea madre che difende la Patria, insieme a 35000 suoi soldati. Finché vivono, i veterani della battaglia visitano ogni giorno e baciano la sua tomba.

Traduzione di Alessandro Lattanzio