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La Turchia in Siria, vicolo cieco per una guerra perduta?

Tony Cartalucci, LDR, 2 marzo 2020

I combattimenti nella Siria settentrionale s’intensificavano mentre le forze siriane riprendevano gli ultimi bastioni dei terroristi eterodiretti circondando, isolando e in alcuni casi mettendo sotto tiro incrociato i loro sostenitori turchi. La Turchia compì passi promettenti nella giusta direzione quando la disastrosa guerra di cambio di regime per procura di Washington in Siria iniziò a svelarsi, tuttavia ha ancora una posizione problematica sul territorio siriano, sostenendo degli inequivocabili terroristi e ostacolando il diritto sovrano della Siria a recuperare e ristabilire l’ordine entro i propri confini. L’ultima e più pericolosa manifestazione di tale insostenibile politica sono gli scontri sempre più frequenti e feroci tra le forze turche che occupano il territorio siriano e le forze siriane che avanzano in profondità nel governatorato siriano settentrionale d’Idlib. La BBC nell’articolo, “Guerra in Siria: la Turchia non consentirà all’Esercito siriano di avanzare a Idlib, afferma Erdogan”, riassumendo la posizione turca sulle recenti ostilità, riferendo: “La Turchia non permetterà al governo siriano di guadagnare terreno nella roccaforte dell’opposizione della provincia d’Idlib, afferma il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Erdogan riferiva ai giornalisti che le forze filo-governative sostenute dalla Russia “scacciavano persone innocenti e in lutto da Idlib verso i nostri confini”. Più di mezzo milione di civili sono fuggiti dalle loro case da quando il governo aveva lanciato l’offensiva a dicembre”. L’avvertimento di Erdogan si ebbe dopo la morte di otto militari turchi. In effetti, le ostilità ad Idlib indubbiamente scacceranno i terroristi in fuga e le loro famiglie verso il confine tra Siria e Turchia ed inevitabilmente aggraveranno il già grave problema dei rifugiati in Turchia. Eppure questo non è ciò che fa la Siria, né gli alleati russi e iraniani della Siria. È la cattiva politica estera degli Stati Uniti in cui la Turchia aveva inizialmente svolto un ruolo chiave, e che a volte appare ancora fortemente incoraggiare.
La crisi dei rifugiati in Turchia fu cinicamente utilizzata più volte in passato da Ankara ed alleati occidentali per sfruttare la leva politica della demonizzazione di Damasco e giustificare l’intervento occidentale diretto contro la Siria. Ma perseguire un’autentica pace era ed è tuttora l’ovvia soluzione alla crisi dei rifugiati, soluzione che finora la Turchia rifiutava di accettare pienamente. Insieme all”ultimo tentativo della Turchia di citare la crisi dei rifugiati per giustificarne la presenza militare in Siria, i media occidentali tentavano di riutilizzare anni di propaganda per diffamare Damasco e i suoi alleati, sperando di ostacolare le operazioni e trascinare ulteriormente le ostilità. Ironia della sorte e sfortunatamente tali tentativi di nascondersi dietro preoccupazioni umanitarie, protraendo le ostilità, porteranno solo a maggiori perdite di vite umane. Affrontare la crisi dei rifugiati come scusa per continuare ad occupare il territorio siriano ed espandere quelle che ora sono le ostilità turche dirette con le forze siriane, farà ben poco nel giustificare l’attuale politica della Turchia sulla Siria. Farà anche poco per migliorare le prospettive su obiettivi essenzialmente irraggiungibili per il governo e le forze armate turche, incluso il mantenimento dell’occupazione del territorio siriano e il sostegno ai terroristi che vi operano.

Le forze turche lasceranno la Siria, in un modo o nell’altro
Le truppe turche non potranno rimanere indefinitamente in Siria. I loro agenti saranno infine liquidati e le posizioni delle forze turche circondate dalle forze siriane. In molte aree d’Idlib è già così. Ulteriori truppe e rifornimenti turchi per alimentare battaglie perdute, e infine una guerra persa, ritarderanno solo l’inevitabile rovina degli interessi turchi in Siria. Ankara potrebbe, d’altra parte, iniziare ad allinearsi alla realtà di ciò che accade ad Idlib ed espandere la cooperazione con Russia ed Iran sul conflitto siriano, ritirando progressivamente il sostegno dai gruppi terroristici, incoraggiandoli a disarmare e arrendersi, e gradualmente consegnare le posizioni turche in Siria ai militari, governo e popolo siriani. È probabile che Ankara capisca che la sua posizione in Siria è insostenibile e invece usai la prospettiva di un conflitto doloroso e sfiancante, derivante dal rifiuto di ritirarsi, come carta per strappare concessioni da Damasco ed alleati. Le recenti ostilità potrebbero anche essere un tentativo di bluffare Damasco per impedire che altre posizioni turche siano assorbite dal fronte che avanza su Idlib.

Trovare un posto alla Turchia nel multipolarismo emergente
Alla fine, le decisioni della Turchia nei giorni, settimane e mesi futuri definiranno ulteriormente la nazione come percepita globalmente mentre i suoi legami decennali e il ruolo subordinato all’occidente svaniscono e si forgia una nuova posizione sulla scena globale. L’uso malvagio della sua persistente presenza nel nord della Siria, residuo della complicità nella guerra per procura progettata dagli Stati Uniti che ha creato in primo luogo l’attuale conflitto, sarebbe sfortunato e danneggerebbe Ankara con un impatto negativo sulle future relazioni internazionali. Avrà un impatto non solo sui legami coi principali attori nell’attuale conflitto siriano, ma anche suo legami con tutto il mondo, poiché le nazioni cercano di diversificarsi dal decadente egemone mal intenzionato volgendo verso nazioni in buona fede. La Turchia affronta la decisione se avanzare in futuro con una crescente indipendenza da Stati Uniti e NATO, ma mantenendo lo stesso stile da Stato-canaglia degli alleati occidentale, o trovare un ruolo costruttivo da svolgere nel mondo multipolare emergente. Il bombardamento delle forze siriane sul territorio siriano è un brutto inizio. Mette la Turchia in un altro vicolo cieco nella politica regionale, rendendo più difficile a Siria ed alleati accoglierla in qualche modo costruttivo nell’architettura regionale del dopoguerra che favorirà sicuramente Damasco e i suoi alleati. Ciò complicherà anche la fiducia nel futuro se la Turchia infine accettasse questa architettura emergente e cercasse di trarne beneficio o di contribuirvi. Ankara ha già fatto molta strada dall’iniziale sostegno al cambio di regime degli Stati Uniti all’inizio del conflitto siriano nel 2011, aiutando anche se a volte con riluttanza a porre fine ai combattimenti mortali e prolungati negli ultimi anni. Solo il tempo dirà se Ankara continuerà su questa direzione positiva, il che significa che l’attuale scontro con la Siria è solo una battuta d’arresto temporanea, o se è decisa ad aggrapparsi alla sua posizione sempre più insostenibile in Siria a costo di un conflitto rischioso che alla fine perderà.

Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio