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Siria: il peggiore errore della politica estera turca

Anthony Sherwood, AHTribune 26 febbraio 2020

A livello generale, la politica estera turca è ora nel caos. A Idlib, i progressi dell’esercito turco venivano bloccati dall’Esercito arabo siriano, sostenuto dall’Aeronautica russa, con truppe turche e ascari dell’esercito che subivano perdite e blindati distrutto. In Libia, una nave turca fu fatta saltare in aria nel porto di Tripoli, con forze turche, ancora una volta, uccise mentre combattevano a sostegno del Governo di accordo nazionale (GNA). Sul terreno e politicamente, la Turchia è coinvolta in una confusa lotta di potere regionale e internazionale, che contrappone i tre sostenitori del GNA (Turchia, Qatar e Nazioni Unite) contro i sei sostenitori dell’Esercito nazionale libico di Qalifa Haftar (Francia, Russia, Stati Uniti, Arabia Saudita, Egitto e Emirati Arabi Uniti), con altri indecisi. Bloccata dalla Russia nel tentativo d’impedire all’Esercito arabo siriano di liberare la provincia di Idlib, la Turchia iniziava a oscillare verso gli Stati Uniti, che segnalavano sostegno all’operazione turca, ma senza andare oltre. Avendo respinto il sistema di difesa antimissile Patriot degli Stati Uniti a favore degli S400 russi, la Turchia ora suggeriva che potevano essere schierati al confine con la Siria. Tuttavia, ci saranno poche orecchie simpatizzanti a Washington o nei media statunitensi. Erdogan personalmente è profondamente in disgrazia per una serie di problemi che risalgono ad anni fa, non ultimo l’acquisto da parte della Turchia di missili S400 russi e la sua rabbia per il sostegno degli Stati Uniti ai curdi siriani. Né il selvaggio attacco ai manifestanti da parte degli addetti della sicurezza di Erdogan nel 2017, mentre il presidente guardava dal garage nella residenza dell’ambasciatore turco, sarà dimenticato. In Europa, a seguito dei bellicosi attacchi ai governi dell’UE per il sostegno finanziario ai rifugiati siriani che inondavano la Turchia, con molti di loro poi proseguire cercare di spostarsi in Europa, Erdogan aveva il sostegno del partito Jobbik della destra ungherese, ma da nessuno dell’Europa occidentale.
Fedele alla forma, piuttosto che arretrare da una posizione insostenibile in Siria, Erdogan s’induriva nella speranza apparente che le minacce di una crisi peggiore costringessero la Russia a interrompere l’offensiva dell’Esercito arabo siriano su Idlib, parlando di ulteriori azioni militari entro la fine di febbraio, a meno che la situazione non si risolvesse a suo favore, riducendo tale ultimatum all’azione che l’esercito turco potrebbe intraprendere all’improvviso ma minacce e settimane di negoziati ad Ankara e Mosca non funzionavano. Lo stesso Putin disse poco ma i portavoce del governo (Dimitrij Peskov per il presidente e Marija Zakharova per il Ministero degli Esteri) accusavano direttamente la Turchia del peggioramento della situazione ad Idlib dalla firma dell’accordo di “de-escalation” l’anno scorso. Ciò provocò l’attenuazione della retorica turca, col capo dell’esercito Hulusi Akar che parlava della necessità del essate il fuoco a Idlib e il governo che guardava a un colloquio con Putin e Angela Merkel il mese prossimo che potrebbe alleviare la situazione. I media turchi, al 90% erdoganisti, elogiavano i colpi di scena che portavano la Turchia in questo vicolo cieco in Siria, letteralmente, coi giovani soldati turchi e membri delle forze dell’esercito uccisi a Idlib. Le foto raccapriccianti non venivano pubblicate sui media principali, ma circolavano sui social media, quindi la verità non poteva essere completamente nascosta al pubblico. In alcun momento negli ultimi nove anni la Russia ha ceduto di un centimetro nel sostenere la piena liberazione di tutto il territorio siriano occupato. Per il momento, coll’Esercito arabo siriano che avanzava ogni giorno, Putin appariva riluttante a punire ulteriormente Erdogan. Anche se alla fine gli salverà la faccia accettando un cessate il fuoco umanitario, la maggior parte della provincia era liberata e coll’Esercito arabo siriano a pochi chilometri dalla città di Idlib, e prima o poi seguirà il resto. Sempre più spesso, i posti di osservazione militare della Turchia sembrano isole nel mare militare siriano, nient’altro che mantenendo una presenza turca nella provincia come leva nei negoziati.
Idlib è nelle mani dell’Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex-Jabhat al-Nusra, ex-al-Qaida in Siria. Il nome cambia come dei piselli secchi messi sotto gusci di noce per ingannare lo spettatore. L’ideologia, la brutalità, la repressione delle donne e l’impulso a distruggere il governo secolare a Damasco sono sempre gli stessi. Hayat Tahrir al-Sham è ufficialmente designato organizzazione terroristica non solo da Nazioni Unite e Stati Uniti, ma dal governo turco. Mentre nelle dichiarazioni del governo e nei commenti alla stampa i terroristi vengono descritti come “ribelli”, il 24 febbraio il leader dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu disse al quotidiano Cumhuriyet che Erdogan “ha reso la Turchia quasi il mecenate dell’l’HTS… I nostri figli sono martirizzati a causa delle politiche sbagliate del governo in Siria fin dall’inizio della guerra civile”. Dal 2012 Erdogan svolse un ruolo centrale nella guerra in Siria. I jihadisti taqfiri convergevano sulla Turchia da ogni dove per unirsi al tentativo di distruggere il governo secolare di Damasco e installare al suo posto un regime islamico settario estremista. Nel 2016, con un apparente tentativo di mettere in fuga Erdogan, Putin lo portò ai negoziati tra Russia, Iran e Turchia sul futuro della Siria come pacificatore. Accordi furono firmati ad Astana e rinforzati a Sochi. Alla Turchia fu permesso d’istituire “posti di osservazione” militari a Idlib e gli fu assegnata la responsabilità di “ridurre” le violenze a Idlib. Questo non accadde mai: al contrario, la violenza aumentò. Inizialmente combattendo l’HTS per il dominio della provincia, gli ascari turchi alla fine combattuto al suo fianco contro l’Esercito arabo siriano. La politica in Siria minava il sostegno interno a Erdogan e all’AKP (Partito Giustizia e Sviluppo). I turchi furono disturbati per anni dalla presenza di oltre tre milioni di rifugiati siriani nel Paese e ora affrontavano un ulteriore flusso da Idlib. Mentre i combattimenti scacciavano molti da Idlib, non vi era dubbio che i numeri fossero esagerati da propaganda, media aziendali occidentali e turchi. Una volta che città e villaggi saranno in buone mani, non ci sarà motivo per gli abitanti d’Idlib di lasciare la casa: ciò che la Turchia otterrà saranno i taqfiri e le loro famiglie e non li vuole. Tuttavia, ora non hanno altro posto dove andare se non Ifrin o forse la Libia dove, dopo il rovesciamento e l’omicidio di Muamar Gheddafi nel 2011, un “governo di transizione” inviava combattenti in Turchia per combattere il governo siriano. Ora è il governo turco a inviare i suoi ascari in Siria a difendere il governo di Tripoli.
Perché Erdogan e il suo ex-ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu tentarono di distruggere il governo siriano, rimane un mistero. Il Bashar al Assad del 2011 era lo stesso Bashar del 2010, amico intimo e fratello dei due capi turchi e che praticamente all’improvviso trasformarono in “dittatore”. Fino al 2011 Turchia e Siria avevano risolto tutti i problemi in sospeso. I confini erano stati aperti ai viaggi senza visto e il commercio era fiorente. In questa nuova era di “diplomazia leggera” e “zero problemi” coi vicini, i rapporti con la Siria non erano mai stati migliori. Erdogan e Davutoglu sembravano aver percepito un’opportunità. La riforma spazzava il Medio Oriente e volevano cavalcare l’onda. Di conseguenza, il rapporto con la Siria doveva essere rigettato. Mentre leader trincerati venivano abbattuti altrove, presumevano che lo stesso destino fosse in serbo per Bashar. Sostennero che gli avevano dato la possibilità di introdurre riforme politiche, che nel loro scenario includevano la revoca del divieto alla Fratellanza Musulmana. Questo era una osa che il governo siriano non poteva concedere e una volta chiarito ciò, Bashar fu preparato per la distruzione. Il problema centrale per Erdogan e Davutoglu era che in tutti i viaggi che avevano fatto a Damasco, chiaramente non avevano capito le dinamiche sociali e politiche della Siria. Un sistema politico repressivo che aveva messo radici negli anni ’70, non personalmente Bashar, era visto dal popolo come problema centrale. In effetti, Bashar godeva di un alto sostegno popolare ed era considerato da molti siriani la migliore speranza di attuare riforme politiche. Non sarebbe stato abbattuto in mesi o addirittura settimane, come Erdogan e Davutoglu continuavano a prevedere. Non ci fu la rivolta popolare in Siria. Vi fu un movimento di protesta sfruttato da governi esteri, come proteste simili usate per disfare i governi in America Latina per decenni. I gruppi armati generati dall’intervento estero s’infiltrarono in città, paesi e villaggi. Non erano “ribelli” secondo alcuna descrizione (molti non erano nemmeno siriani) ma terroristi che lanciavano uomini dal tetto degli edifici, assassinavano imam nelle loro moschee, decapitavano o bruciavano vivi soldati catturati, massacrarono gli alawiti e altri siriani che non condividevano le loro visioni distorte dell’Islam e perseguitavano e assassinavano cristiani. Il popolo siriano voleva riforme ma non voleva che il Paese fosse distrutto e odiava tali gruppi e i loro sostenitori esteri. I gruppi taqfiri erano tutte variazioni dello stesso tema brutale. Non c’era un “moderato” tra loro come anche gli statunitensi alla fine dovettero ammettere. Questi erano i “ribelli” al di fuori dei governi che armavano e finanziavano nella loro determinazione a distruggere il “regime”. Avevano il pieno supporto dei media aziendali, sempre disposti a ignorarne le atrocità o cercare di attribuirle al governo siriano. Smascherati per aver mentito sulle guerre in Iraq e in Libia, i media mentivano di nuovo.
Non comprendendo le dinamiche interne della Siria, anche Erdogan e Davutoglu non hanno tenuto conto del significato del legame russo. Alcuna potenza avrebbe difeso Gheddafi, ma la Siria aveva alle spalle la Russia. Le relazioni politiche, commerciali e strategiche tra i due Paesi risalgono agli anni ’50. Nel 1971 la Siria fornì ai russi strutture portuali a Tartus. L’importanza di ciò risiede nel contesto della spinta storica russa per l’accesso al Mediterraneo. La Russia ora aveva questo accesso e mentre c’erano molte ragioni per sostenere il governo siriano, l’accesso navale era certamente uno dei motivi cruciali per cui non sarebbe stato fermo a vedere il governo siriano distrutto. Nel 2015 il suo intervento aereo contribuì ad invertire la guerra e da quando fu firmato un ulteriore accordo nel 2017, la Russia sviluppa Tartus come base navale a tutti gli effetti. Negli anni, quando le circostanze cambiarono, le ragioni della Turchia per intervenire in Siria cambiarono con essi. La prima fu la fanfara ad abbattere il dittatore e portare la democrazia al popolo; la seconda la necessità di combattere lo Stato islamico; la terza la necessità di impedire ai curdi di stabilire enclave autonome al confine turco-siriano. Nel 2018 una forza turca invase la regione nord-occidentale di Ifrin per reprimere le YPG curde (Unità di protezione popolare): nel nord-est, gli Stati Uniti avevano già formato le forze democratiche siriane (SDF), in modo che la Turchia affrontasse ora una minaccia strategica curda lungo il confine con la Siria. Non vi era tale minaccia quando il governo siriano aveva il pieno controllo del territorio siriano. Nel 2011 le SDF non esistevano e le YPG erano completamente controllata dal governo siriano, in conformità coll’accordo turco-siriano di Adana del 1998, che diede vita al successo politico dei “zero problemi” coi vicini di Davutoglu. Se vi fosse rimasto fedele, sarebbe passato alla storia come il ministro degli Esteri di maggior successo della Turchia: così, distrusse la sua eredità. Tenendo conto di tutti questi fattori, la politica siriana della Turchia è incomprensibile sui motivi politici razionali. Erdogan e Davutoglu sembravano davvero credere che Bashar sarebbe presto scomparso e sarebbero entrati nella moschea omayade nel centro di Damasco da liberatori.
La Siria è il più grande disastro nella storia della politica estera turca. I costi furono enormi per la Turchia, anche se solo una piccola parte di ciò che il popolo siriano subì. È una politica il cui destino finale era chiaro dal 2015, quando la Russia arrivò per supportare l’Esercito arabo siriano col supporto aereo. Eppure anche ora il partner della coalizione dell’AKP, Devlet Bahceli, capo del Partito del Movimento Nazionale (MHP) sputa fuoco. Vuole conquistare Damasco. “Bruciamo la Siria.. Demoliamo Idlib”. Il commento infuocato dello Yeni Safak è lo stesso, col suo editorialista di punta, Ibrahim Karagul, che dichiarava che la Siria da Aleppo a Qamishli è ora zona di guerra. L’umore pubblico in Turchia si rivolta contro la Russia, con il suo ambasciatore sottoposto a minacce di morte sui social media. Dato l’assassinio del predecessore nel dicembre 2016, tali minacce vanno chiaramente essere prese sul serio. Tutto in tale situazione consiglia Erdogan di ascoltare e farsi ascoltare da quelli abbastanza coraggiosi da parlare nel suo partito: togli la Turchia da questo pasticcio e tirati fuori adesso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio