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Perché la Cina non ha perso nessuna guerra negli ultimi tempi?

Alison Broinowski, AHTribune 23 febbraio 2020

Il mondo ha visto l’ascesa e la caduta di circa 150 imperi. Quel numero non include gli Stati Uniti, il cui impero non riconosciuto comprende più di 800 basi militari in circa 70 Paesi. Gli statunitensi sono cresciuti nel credere a ciò che Woodrow Wilson disse dopo Versailles, che la loro nazione è eccezionale e il “salvatore del mondo”, non una potenza imperialista. Ma dopo che gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan nell’ottobre 2001, la copertina della rivista del New York Times felicemente consigliato ai lettori: “E’ l’impero americano: abituati”. Lo storico Chalmers Johnson deplorò ripetutamente “l’impero delle basi” degli Stati Uniti. Julian Assange descrisse l ‘”unico impero rimanente” del mondo, usando il potere economico, militare, amministrativo e diplomatico degli Stati Uniti “non per espansione territoriale, ma per perpetuare la preminenza economica nordamericana” (The WikiLeaks Files: il mondo secondo l’impero nordamericano, Introduzione: 2015). La tradizione espansionista imperialista nordamericana iniziò con l’acquisto della Louisiana; poi con le acquisizioni di Porto Rico, Filippine, Guam, Hawaii e Alaska; Seguirono gli sforzi di “costruzione della nazione” in Somalia, Haiti, Bosnia, Kosovo e Afghanistan con scarso successo. Lungo la strada ci furono decine di guerre e interventi surrogati volti a rovesciare governi non conformi a favore di capi che avrebbero accolto le pretese degli Stati Uniti. Non fu la superiorità delle idee, valori o religione dell’occidente a vincere tali guerre, scrisse Samuel Huntington nel 1996, ma la “superiorità americana” nell’applicazione della violenza organizzata. Eppure sentiamo di continua come gli Stati Uniti hanno “mantenuto la pace” nella nostra regione dalla Seconda guerra mondiale. Se gli australiani sanno cosa è buono per noi, ci viene detto, apprezzeremo l’importanza per gli Stati Uniti delle sue alleanze, in particolare nel Pacifico; dell'”ordine internazionale basato su regole”; e del commercio internazionale libero ed equo. Questo è quanto l’ammiraglio Philip Davidson, capo del comando indo-pacifico degli Stati Uniti, dichiarò al Lowy Institute il 13 febbraio. L’emissario di Trump si aspettava che gli australiani credessero che le alleanze fossero importanti per un presidente isolazionista e protezionista che voleva eliminarle; che calpesta ICJ, OMC, NATO, JCPOA e ciò che resta dell’ordine internazionale basato su regole. Si aspettava che avessimo fiducia che tale alleato garantisse la nostra sicurezza.
Militari come Davidson vogliono che gli australiani abbiano terrore. Il terrorismo ha perso gran parte del suo potere scioccante e l’Iran è un lavoro in corso, la Cina è la prossima minaccia da temere. Ora, viene costantemente chiamata “Cina comunista”. Mar Cinese Meridionale, Huawei, Istituti Confucio, interferenze elettorali e coronavirus aiutano a rilanciare la sinofobia atavica quando pensavamo di esserne al di sopra. I media ci ricamano di continuo. Ne scrissi due anni fa: ‘Uno dei motivi per cui la Cina non ha perso alcuna guerra di recente è che non ne ha combattute. Ciò può essere dovuto al fatto che la Cina, nonostante la crescente potenza militare, sa che può proiettarsi e proteggere meglio i propri interessi senza combattere’.(8 agosto 2018). Come altre mie affermazioni radicali, questa va chiarita. Da quando la Repubblica popolare vinse la guerra nel 1949, la Cina usò le forze armate 14 volte. Le due guerre per il Tibet, tre su Taiwan e lo stretto, due col Vietnam, due coll’India e una in Corea, Birmania (Myanmar), Xinjiang e Zhenbao. Alcuni di queste furono schermaglie di confine ed altri affermazione dell’influenza sui vicini. Ne vinse sei, perse due (India 1967 e Vietnam 1979) e tre finirono con un cessate il fuoco od armistizio. La Cina aderì a coalizioni internazionali cogli Stati Uniti contro i pirati somali, in alcune guerre “al terrore” nel nord del Mali. La Cina ha una base militare all’estero, una base navale nel porto di Dorale, Gibuti, nel Corno d’Africa.
Per belligeranza, confrontala cogli Stati Uniti, che affermano di essere una nazione amante della pace. In effetti, per il 93 percento dei suoi 239 anni fino al 2017, gli Stati Uniti furono in guerra. Solo per meno di 20 anni dal 1776, gli Stati Uniti non combatterono da qualche parte. A partire dalla Corea (1950-53), gli Stati Uniti compirono operazioni militari in Laos, Vietnam, Cambogia e Tailandia. Da Panama nel 1961, le forze statunitensi videro combattimenti a Cuba, Granada, Repubblica Dominicana, Bolivia e Granada. Dal 1978 in poi, gli Stati Uniti hanno combattuto in Afghanistan, Libano, Quwayt, Iraq, Libia, Sudan, Pakistan, Siria e Yemen. In Europa, Bosnia, Kosovo e Serbia furono zone di guerra statunitensi dal 1992. L’azione statunitense in Africa iniziò col Congo nel 1964, seguito dallo Zaire meridionale nel 1978, quindi da Somalia, Kenya nordorientale, Uganda e Mali. Pochi di tali conflitti portarono a risultati soddisfacenti per gli Stati Uniti, molti sono in corso e alcuni hanno prodotto Stati falliti. Mentre gli Stati Uniti continuano nell’aggressività, la Cina estende la propria influenza offrendo sviluppo economico. Cosa funziona? Il dati parlano da sé.

Traduzione di Alessandro Lattanzio