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Dovremmo applaudire i militari siriani, non deplorarli

Stephen Gowans, 23 febbraio 2020

I media statunitensi considerano perversamente la potenziale liberazione di milioni di siriani dalla tirannia turca di al-Qaida ad Idlib come tragedia umanitaria, tradendo la fedeltà all’agenda geopolitica di Washington e al suo obiettivo di dominare tutti i Paesi dell’Asia occidentale senza eccezioni, anche se significa affidarsi ad al-Qaida per raggiungere tale obiettivo.
Immaginate i giornalisti deplorare la liberazione degli Alleati dell’Europa perché il piano creava rifugiati e capirete la reazione dei media statunitensi alla prospettiva dell’Esercito arabo siriano liberare Idlib dal dominio di un ramo di al-Qaida. Nella condanna è implicito il sostegno allo status quo, poiché qualsiasi tentativo realistico di porre fine all’occupazione scatenerà la fuga di civili da una zona di guerra. Ciò che è in realtà supporta all’occupazione da parte dei reazionari e loro imposizione di un mini-Stato terroristico su tre milioni di siriani, viene presentato maliziosamente dai media statunitensi come preoccupazione per il benessere dei civili siriani.
Il 20 febbraio, il Wall Street Journal pubblicò un articolo su ciò che diceva potesse essere la “più grande storia d’orrore umanitaria del 21° secolo”, vale a dire l’avanzata dell’Esercito arabo siriano su Idlib, “sostenuta da attacchi aerei russi e milizie filo-iraniane” che ha “costretto alla fuga circa 900000 persone” mentre il Presidente Bashar al-Assad prometteva “di riprendere ogni centimetro della Siria”. (1)
Per illustrare il cosiddetto imminente orrore, il reporter del Journal Raja Abdulrahim seguiva “Amro Akoush e la sua famiglia” mentre fuggono “nella loro casa nel nord-ovest della Siria per mettere in valigia una borsa e senza auto per sfuggire al fuoco delle mitragliatrici e alle bombe che cadono”.(2) “Sento che questa è la fine, l’esercito avanzerà e ci ucciderà tutti e che sarà la fine della storia”, afferma Abdulrahim citando Akoush. “Non abbiamo più speranza per nient’altro che una morte rapida, tutto qui. Questo è tutto ciò che chiediamo”. (3) Nella narrativa di Abdulrahim, Assad è un tiranno che mette in moto una catastrofe umanitaria per soddisfare il suo bisogno (dobbiamo interpretarla avidità?) di “riprendere” ogni centimetro del suo Paese (non liberarlo.) Il nemico di Assad, la sua nemesi in questo racconto, è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, presentato come personificazione del calvario, che corre in aiuto degli sfortunati civili siriani, inviando carri armati oltre il confine turco-siriano. Erdogan, scrive Abdulrahim, “ha minacciato di lanciare un attacco completo alle forze governative siriane se il Signor Assad non ferma l’offensiva militare. La Turchia ha inviato più di 10000 truppe e oltre 2000 pezzi di artiglieria, carri armati e veicoli corazzati ad Idlib”. (4) Sembra tutto abbastanza semplice: Assad è un bruto che ha lanciato un’offensiva militare “per sconfiggere i resti” dell'”opposizione armata” della Siria, scatenando una catastrofe umanitaria in embrione, mentre Erdogan, il nostro eroe, agisce per trattenere il tiranno. È una bella storia, ma falsa. L'”opposizione armata” non è un gruppo di sfortunati democratici liberali che lottano per la libertà, ma al-Qaoda; la Turchia non è il calvario, ma un aggressore straniero con piani sulla Siria che sostiene da tempo al-Qaida come agente ad Idlib; e l’obiettivo di Erdogan non è salvare i siriani da un tiranno, ma di imporre la tirannia turca per procura su Idlib. Tutto ciò fu già riportato sui media statunitensi, incluso nel Wall Street Journal di Abdulrahim, ma da allora è finito nel vuoto della memoria. Inoltre, altre realtà furono minimizzate, inclusi i continui attacchi di al-Qaida a militari e civili siriani.
All’inizio di marzo 2015 Erdogan volò a Riyad per incontrare il re Salman appena incoronato in Arabia Saudita, per concordare una nuova strategia per estromettere Assad. Entrambi i capo vollero la dissoluzione della repubblica nazionalista araba siriana. Erdogan, islamista con legami coi Fratelli musulmani, obiettava al secolarismo siriano e alla lunga guerra ai Fratelli musulmani. Salman, monarca misogino e abominevole appoggiato della democrazia fino all’elsa da Washington, si opponeva all’anti-monarchismo siriano, al nazionalismo arabo e all’insistenza che il mondo arabo ottenga l’indipendenza dal dominio statunitense, ideologie che minacciavano il dominio della sua famiglia sulla penisola araba e le sue vaste risorse petrolifere. Per sconfiggere la minaccia siriana, Erdogan e Salman decisero di istituire un centro di comando congiunto ad Idlib al fine di coordinare le attività di al-Qaida (operando in Siria all’epoca con lo pseudonimo di Jabhat al-Nusra). Al-Qaida e altri gruppi jihadisti intrapresero la lotta dei Fratelli Musulmani contro il secolarismo del governo Assad e il nazionalismo arabo. I jihadisti minacciavano di prendere il controllo di Idlib, e l’islamista turco e il despota saudita erano ansiosi di dare una mano. (5) Erdogan voleva far prendere Idlib attraverso i suoi agenti di al-Qaida per aver la leva per modellare il risultato dei colloqui postbellici su un nuovo accordo politico sulla Siria. (6) Ciò gli avrebbe consentito di promuovere la sua agenda islamica nel Paese vicino, facendo numerosi passi per islamizzare il suo Paese, ed acquisire opportunità di un profitto in Siria per gli affaristi turchi. I piani di Erdogan furono presto portati a compimento. Nel febbraio 2018, Brett McGurk, l’inviato nordamericano alla campagna statunitense contro lo SIIL, poté definire Idlib “il più grande porto sicuro di al-Qaida dall’11 settembre”. (7) Il corrispondente per gli affari esteri Robert Fisk si riferiva alla provincia siriana come territorio brulicante di “combattenti islamisti di SIIL, Nusrah, al-Qaida e loro compari jihadisti”. (8) Nel settembre 2019, Eric Schmitt del New York Times affermò che la provincia di Idlib “produceva sette di violenti gruppi estremisti islamici, dominati dalla maggiore organizzazione collegata ad al-Qaida, Hayat Tahrir al-Sham, già Jabhat al-Nusra”. [9] Hayat Tahrir al-Sham controllava il 99 percento di Idlib ed aree circostanti (10)], creando quello che Cockburn soprannominò “mini-Stato gestito da al-Qaida” (11), dietro cui sedeva Erdogan sul trono del Sultano.
Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e al-Qaida sono la stessa cosa. Dopo aver subito una ridenominazione come Jabhat al-Nusra, il ramo siriano di al-Qaida cambiava nuovamente nome, questa volta in HTS. Come il delegato siriano presso le Nazioni Unite Bashar Jafari spiegò al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a maggio, “Hayat Tahrir al-Sham… è il Fronte al-Nusra, che a sua volta fa parte di al-Qaida nel Levante, che a sua volta fa parte di al-Qaida in Iraq, che a sua volta fa parte di al-Qaida in Afghanistan. Pertanto, parliamo sempre di al-Qaida, indipendentemente dai vari nomi; tutti sono designati dal Consiglio [di sicurezza dell’ONU] come entità terroristiche”. (12)
Il Washington Post descrisse Hayat Tahrir al-Sham come “gruppo islamista estremista che ha iniziato come affiliato di al-Qaeda in Siria e tentato di rinominarsi più volte durante la guerra”. (13) Il New York Times affermò che Hayat Tahrir al-Sham “è affiliato ad al-Qaida” (14), mentre il Wall Street Journal elenca il gruppo come “filiale di al-Qaida”. (15) Ma dei giornalisti tradizionali occidentali, Cockburn forse descrive il gruppo al meglio. Hayat Tahrir al-Sham, scrisse all’inizio del 2019, è “una potente fazione separatista dello SIIL che fondò il gruppo col nome di Jabhat al-Nusra nel 2011 e con cui condivide le stesse convinzioni fanatiche e tattiche militari. I suoi capi indossano giubbotti suicidi tempestati di sfere di metallo proprio come i loro equivalenti dello SIIL”. (16) Le dimensioni di HTS sono controverse. Cockburn stima che “può mettere in campo almeno 50000 combattenti” (17) mentre il New York Times avvicina il numero a “12000-15000 combattenti”. (18) Il governo siriano afferma che il gruppo ha “decine di migliaia di terroristi stranieri, tra cui 15000 europei”. (19) Hayat Tahrir al-Sham ha “centrato la sua agenda sulla lotta al governo del signor al-Assad, senza interesse a condurre attacchi all’estero, secondo una recente valutazione delle Nazioni Unite”. (20) Ciò rende il gruppo di al-Qaida accettabile per gli Stati Uniti e, perciò, per i media statunitensi. Spiega anche perché un’organizzazione vista come terrorista al di fuori della Siria, viene spesso descritta dai nuovi media statunitensi con un linguaggio neutrale quando opera in Siria, come “opposizione armata” e “ribelli”. A seguito di tale convenzione, potremmo parlare di “opposizione armata” e “ribelli” che attaccarono gli Stati Uniti l’11 settembre e della guerra di 19 anni di Washington contro al-Qaida come la guerra contro “l’opposizione armata al regime nordamericano”.
“Nel settembre 2018, Russia e Turchia mediarono un accordo di cessate il fuoco per Idlib per impedire l’offensiva militare”, spiegò il Wall Street Journal. “L’accordo richiedeva che “i combattenti di al-Qaida” si ritirassero da una zona cuscinetto smilitarizzata lungo la linea del fronte”. (21) Invece di ritirarsi, al-Qaida espansero le aree sotto il suo controllo, (22) continuando nel contempo a combattere i militari siriani. I jihadisti attaccarono postazioni dell’Esercito arabo siriano, e la base aerea russa di Humaymim e bombardarono città e villaggi, “uccidendo civili e costringendone oltre 10000 a fuggire”, secondo le Nazioni Unite. (23) La Turchia rimase ferma mentre i suoi agenti violavano il cessate il fuoco, non “rispettando l’impegno a disarmare” i suoi combattenti. (24) In risposta, l’Esercito arabo siriano, sostenuto dagli alleati russi e iraniani, lanciò l’offensiva per liberare Idlib. Lo fece perché gli attacchi di al-Qaida non si fermarono mai e perché il governo siriano ha il dovere di proteggere i propri cittadini e controllare il proprio territorio. Quando Jafari si rivolse al Consiglio di sicurezza a maggio, chiese: “Quando verrà riconosciuto che il diritto che esercitiamo è lo stesso che altri hanno esercitato per affrontare attacchi terroristici contro il teatro Bataclan e gli uffici di Charlie Hebdo a Parigi, nonché atti terroristici a Nizza, Londra, Boston e altre città? I terroristi che affrontarono nei loro Paesi non erano equipaggiati con lanciarazzi e carri armati turchi”. (25)
A parte lustrare fatti scomodi come il vero carattere dell'”opposizione armata” e la connessione di Erdogan con essa, i media statunitensi non risposero a una serie di domande chiave. Primo, è legittimo che un governo usi la forza per recuperare il territorio occupato da un nemico armato, anche se l’uso della forza mette in pericolo i civili o li mette in fuga? Se la risposta è no, gli Alleati agirono illegittimamente durante la seconda guerra mondiale nel liberare l’Europa dall’occupazione nazista, poiché il loro piano era impossibile senza mettere in pericolo civili e creare rifugiati. Inoltre, se le vittime civili e il loro sfollamento fossero conseguenze accettabili delle forze statunitensi che presero Raqqa allo SIIL, l’allora segretario alla Difesa nordamericano James Mattis rispose alle preoccupazioni sull’effetto dell’assedio USA sui civili osservando che “le vittime civili sono un dato di fatto della vita in questo tipo di situazione” (26), come mai sono inaccettabili nel caso delle forze siriane che liberano Idlib da al-Qaida? Una domanda ancora più basilare è: è accettabile rispondere con la forza agli attacchi del nemico? La risposta è ovvia, il che potrebbe essere il motivo per cui non fi mai chiesto, poiché se richiesto, le operazioni militari siriane contro i continui attacchi di al-Qaida sarebbero accettate come legittime, piuttosto che ritratte ingannevolmente come aggressione ai civili siriani. Terzo, la presenza della Turchia sul suolo siriano è legittima? La risposta è categoricamente negativa. L’invasione della Siria da parte della Turchia e l’occupazione di una parte del territorio siriano da parte delle forze turche non è diversa per legge, politica o moralità dall’invasione nazista di Polonia, Francia, Paesi bassi, Unione Sovietica e così via. È chiaramente illegale e costituisce un affronto all'”ordine internazionale basato sulle regole” a cui Stati Uniti, Turchia e Paesi della NATO professano fedeltà in modo così evidente ed ipocrita. L’invasione ed occupazione furono condotte per difendere gli agenti turchi di al-Qaida e far avanzare gli interessi di turchi ed islamisti contro gli interessi di siriani e secolaristi. Erdogan non è un eroe, ma un malvagio, le cui mani sono sporche del sangue delle vittime siriane di al-Qaida come quelle dei suoi agenti di al-Qaida.
Infine, quali sono i costi del continuo dominio di al-Qaida su milioni di siriani ad Idlib? Sono maggiori delle vittime civili e dei profughi alla fine di tale dominio? I media statunitensi generalmente sostengono gli immensi costi in sangue e denaro che Washington ha sostenuto per la sua guerra contro al-Qaida in Iraq, Afghanistan e Yemen. Pur rilevando il costo in civili scacciando lo SIOL dalle sue roccaforti in Iraq e in Siria, i media statunitensi non denunciarono mai la guerra degli Stati Uniti allo SIIL come storia horror umanitaria, un termine usato per denunciare la guerra della Siria ad al-Qaida. Invece, lo SIIL è ritratto come storia dell’orrore umanitario, e gli sforzi per minarlo e sconfiggerlo sono salutati. Ciò dovrebbe valere anche per la guerra siriana contro al-Qaida. È al-Qaida la storia d’orrore umanitario e sono le azioni dell’Esercito arabo siriano a minare e sconfiggere ciò che va salutato e accolto con approvazione. L’avanzata militare siriana per recuperare Idlib e liberarla da al-Qaida, un’organizzazione terroristica che ha imposto un rigido regime di intolleranza religiosa e dispotismo islamista a tre milioni di siriani, non è gradita ai media statunitensi. Sebbene la campagna sia lodevole nel totale, recuperare il territorio nazionale detenuto da agenti di un aggressore straniero mirando a liberare milioni di persone che tirannizzate da un regime impostogli da un’organizzazione composta da migliaia di combattenti stranieri, USA e media, tradendo il loro impegno verso le agende geopolitiche statunitensi, descrivono il lodevole come indifendibile. Dovremmo applaudire le azioni dell’Esercito arabo siriano, insieme a quelle degli alleati russi e iraniani, non deplorarle. Queste azioni sono un colpo a reazione, oppressione ed aggressione straniera e la difesa della democrazia internazionale, nonché del benessere del popolo siriano.

Note:
1. Raja Abdulrahim, “‘Sento che questa è la fine’: un milione di siriani in fuga intrappolati dall’ultima avanzata di Assad”, The Wall Street Journal, 20 febbraio 2020.
2. Abdulrahim, 20 febbraio 2020.
3. Abdulrahim, 20 febbraio 2020.
4. Abdulrahim, 20 febbraio 2020.
5. Desmond Butler, “I funzionari turchi confermano il patto con l’Arabia Saudita per aiutare i ribelli a combattere Assad in Siria”, AP, 7 maggio 2015.
6. Carlotta Gall, “Gli attacchi siriani spingono la Turchia più a fondo nella guerra siriana”, The New York Times, 12 febbraio 2020.
7. Sune Engel Rasmussen e James Marson, “L’offensiva siriana crea nuovi attriti tra le potenze straniere”, The Wall Street Journal, 4 febbraio 2018.
8. Robert Fisk, “Per sbloccare i misteri diplomatici dietro l’omicidio di Jamal Khashoggi, date un’occhiata alla Siria”, The Independent, 22 novembre 2018.
9. Eric Schmitt, “Funzionari statunitensi avvertono sulla crescente minaccia dal ramo di Qaida nel nord-ovest della Siria”. The New York Times, 29 settembre 2019.
10. Kareem Fahim e Sarah Dadouch, “L’offensiva siriana sostenuta dalla Russia uccide dozzine, scaccia decine di migliaia”, The Washington Post, 25 dicembre 2019; Vivian Yee e Hwaida Saad, “Le forze siriane avanzano su una città strategica, rafforzando la presa sui ribelli”, The New York Times, 20 agosto 2019; Patrick Cockburn, “Trump dice chelo SIIL è stato sconfitto, ma ignora il quadro più grande e molto più preoccupante”, The Independent, 8 febbraio 2019; Ambasciatore russo Vasilij Nebenzja, 553a riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, 18 giugno 2019.
11. Patrick Cockburn, “Trump dice che lo SIIL è stato sconfitto, ma ignora il quadro più grande e molto più preoccupante”, The Independent, 8 febbraio 2019.
12. Sig. Jafari (Repubblica araba siriana) Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, 8535ª riunione, 28 maggio 2019.
13. Kareem Fahim e Sarah Dadouch, “L’offensiva siriana sostenuta dalla Russia uccide dozzine, scaccia decine di migliaia”, The Washington Post, 25 dicembre 2019.
14. Vivian Yee e Hwaida Saad, “Le forze siriane avanzano su una città strategica, rafforzando la presa sui ribelli”, The New York Times, 20 agosto 2019.
15. Raja Abdulrahim, “Il governo siriano cattura la città strategica dell’ultima roccaforte dell’opposizione”, The Wall Street Journal, 20 agosto 2019.
16. Patrick Cockburn, 8 febbraio 2019.
17. Patrick Cockburn, 8 febbraio 2019.
18. Eric Schmitt, “Funzionari statunitensi avvertono sulla crescente minaccia dal ramo di Qaida nel nord-ovest della Siria”. The New York Times, 29 settembre 2019.
19. Ambasciatore siriano Bashar Jafari, 553a riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, 18 giugno 2019.
20. Eric Schmitt, “Funzionari statunitensi avvertono sulla crescente minaccia dal ramo di Qaida nel nord-ovest della Siria”. The New York Times, 29 settembre 2019.
21. Raja Abdulrahim, 20 febbraio 2020.
22. Raja Abdulrahim, 20 febbraio 2020.
23. Vivian Yee e Hwaida Saad, “Le forze siriane avanzano su una città strategica, rafforzando la presa sui ribelli”, The New York Times, 20 agosto 2019; Ambasciatore russo Vasilij Nebenzja, 553a riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, 18 giugno 2019.
24. David Gauthier-Villars e Nazih Osseiran, “Le perdite delle truppe turche aumentano dopo lo scontro con le forze di Assad”, The Wall Street Journal, 10 febbraio 2020.
25. Sig. Jafari (Repubblica araba siriana) Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, 8535ª riunione, 28 maggio 2019.
26. Raja Abdulrahim e Nour Alakraa, “Le vittime civili aumentano mentre la coalizione avanza per estromettere lo SIIL da Raqqa”, The Wall Street Journal, 16 giugno 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio