Crea sito

Sfatare la pretesa che la Cina sia imperialista

Rainer Shea, Orinoco Tribune 17 febbraio 2020

L’idea che la Cina sia una potenza imperialista è uno strumento ideologico molto utile per i propagandisti dell’impero nordamericano. Ciò giustifica moralmente i tentativi di Washington di continuare a dominare il mondo attraverso invasioni, colpi di Stato e guerre economiche presentando Pechino come oppressore imperialista equivalente o peggiore. Inoltre impedisce a molti antimperialisti nordamericani di sostenere la Cina convincendoli che questa crescente potenza anti-americana sia solo un altro impero.
I riscontri del meme “La Cina è imperialista” di solito sono accolti con incredibile accettazione perché chi ricopre questa posizione di solito ha profonde ragioni ideologiche per trattare la Cina come imperialista. Si può indicare come la Cina non effettui cambio di regime o usi i militari per occupare illegalmente Paesi sovrani come fanno gli Stati Uniti, ma questo può essere contrastato sostenendo (giustamente) che questo da solo non prova che la Cina non sia imperialista. Si può indicare come la Cina abbia un modello di rinuncia al debito estero in contrasto con la produzione strategica di debito di Washington, ma ciò può essere contrastato sottolineando il fatto (non sorprendente) che i prestiti cinesi sono inizialmente erogati in modo simile ai prestiti occidentali. L’impulso tra sciovinisti occidentali e di sinistra “anti-autoritari” è di vedere la crescente potenza non filo-statunitense come la Cina come chiaro nemico, quindi il dibattito ricomincia. Per dimostrare in modo convincente che la Cina non è imperialista, dovrò andare oltre le battute retoriche sugli aspetti individuali della questione e mostrare come, quando si tratta della definizione fondamentale dell’imperialismo, la Cina non ne soddisfi i criteri.

Qual è la definizione di imperialismo?
Lenin definì l’imperialismo come “stadio monopolistico del capitalismo”, chiarendo che “tale definizione includerebbe ciò che è più importante, poiché, da un lato il capitale finanziario è il capitale bancario di poche banche monopoliste molto grandi, fuse col capitale delle associazioni monopolistiche industriali; e d’altra parte la divisione del mondo è il passaggio da una politica coloniale estesasi senza ostacoli a territori non sfruttati da alcuna potenza capitalista, a una politica coloniale di possesso monopolistico del territorio mondiale, che fu completamente suddiviso”. Come ammise Lenin, questa sintetica definizione dell’imperialismo è adeguata solo quando venivano anche articolati i dettagli che la riguardano. Affinché una relazione economica sia imperialista, concluse, ci sono cinque requisiti: che i monopoli svolgano un ruolo decisivo nella vita economica, che il capitale bancario ed industriale siano fusi formando un’oligarchia finanziaria, che l’esportazione di capitale rispetto quella delle merci assuma importanza speciale, che le istituzioni monopolistiche capitaliste internazionali condividano il mondo tra esse e che le più grandi potenze capitaliste decidano la spartizione del mondo. Ma la definizione che cerchiamo è ancora più complessa. Il suo avvertimento era che “l’imperialismo può e va definito in modo diverso se si tiene conto non solo dei concetti di base, puramente economici, a cui la suddetta definizione è limitata, ma anche del posto storico di tale fase del capitalismo in relazione al capitalismo in generale, o la relazione tra imperialismo e le due principali tendenze del movimento operaio”. Le tendenze a cui si riferiva sono quelle che chiamava movimenti “marxista ed opportunista”, che come vedremo hanno una grande rilevanza per l’attuale dibattito sulla Cina. Cito la definizione di imperialismo di Lenin perché include riconoscimenti delle circostanze storiche da tener in conto quando una potenza va giudicata imperialista. Come vedremo, l’opinione che la Cina moderna sia imperialista deriva sia da una percezione esagerata di quanto la Cina si adatti ai criteri economici dell’imperialismo, sia dal fallimento nel considerare il contesto storico che definisce la politica estera e il sistema economico interno della Cina.

La Cina si adatta a questa definizione?
Almeno nei circoli di sinistra che vedono la Cina imperialista, l’argomento principale è che l’inclusione in Cina di grandi aziende nell’economia la renda dominata dai monopoli, e che questo la rende adatta ai criteri sull’imperialismo citati da Lenin. Ma per struttura economica complessiva del Paese, è difficile sostenere che queste società ricoprono un ruolo decisivo. Quasi il 70% delle 119 aziende cinesi presenti nell’elenco Fortune Global 500 sono di proprietà statale e le dodici maggiori società cinesi sono di proprietà del governo. Lo Stato mantiene il controllo su industria pesante, energia, finanza, trasporti, comunicazioni e commercio estero, gli aspetti più importanti dell’economia. La produzione privata è incoraggiata dallo Stato solo perché stimola lo sviluppo tecnologico, l’occupazione e la modernizzazione. Anche la Cina non può essere considerata un’oligarchia finanziaria. La propensione del governo cinese a imprigionare e in molti casi giustiziare ricchi industriali riflette il fatto che, nonostante le riforme capitalistiche del mercato, la RPC è ancora uno Stato operaio. Il Partito Comunista Cinese è straordinariamente popolare nel popolo perché, come richiesto dal processo democratico cinese, il PCC serve principalmente gli interessi del popolo. La sua vasta rete di sicurezza sociale ha quasi eliminato la povertà cinese e la Cina è il leader globale nella protezione ambientale grazie all’intervento statale socialista. Questi fatti sulla struttura interna del governo cinese sono rilevanti dimostrando perché la Cina non è imperialista, perché dimostrano che il suo ruolo nel mondo non è guidato dal desiderio di servire gli interessi borghesi. Ciò è evidente perché la definizione della priorità interna del controllo economico pubblico della Cina si riflette nella definizione delle priorità estere dei prestiti socialisti statali. La stragrande maggioranza dei prestiti esteri della Cina non sono investimenti capitalistici, ma piuttosto fondi governativi in molti casi utilizzati per liberare i Paesi dalla morsa dell’imperialismo. Oltre al fatto che la Cina fornisse al Laos l’equivalente di 32 milioni di dollari in crediti gratuiti nel 2013, aiutano il Laos a superare la schiavitù del debito con il Fondo monetario internazionale, la Cina condonò 10 miliardi di debito. Cuba rappresenta oltre la metà di questo debito condonato, uno sviluppo che rese il Paese meglio attrezzato nel superare l’embargo economico di Washington. In una presentazione del 2005 alla Commissione congressuale USA-Cina, il funzionario del dipartimento di Stato nordamericano Princeton Lyman valutò come il modello cinese di prestiti statali socialisti non sia funzionale al profitto: “La Cina utilizza una varietà di strumenti per far avanzare il proprio interesse in modi che le nazioni occidentali possono solo invidiare. La maggior parte degli investimenti cinesi avviene attraverso società statali, i cui investimenti individuali non devono essere redditizi se seguono obiettivi cinesi generali. Pertanto, il rappresentante della società di costruzioni statale cinese in Etiopia potrebbe rivelare che gli fu ordinato da Pechino di avanzare offerte basse su varie gare, senza riguardo per il profitto. L’obiettivo a lungo termine della Cina in Etiopia è l’accesso ai futuri investimenti in risorse naturali, non ai profitti delle imprese di costruzione”.
Nonostante le recenti affermazioni secondo cui la Cina abbia utilizzato le sue compagnie per impegnarsi nel neo-colonialismo in Africa, la situazione valutata da Lyman continuava ad essere così negli ultimi quindici anni. Come ho già detto negli scritti precedenti, gli investimenti cinesi non soddisfano la definizione di neo-colonialismo; le imprese cinesi aiutano i mercati del lavoro all’estero piuttosto che impiegare solo lavoratori cinesi, la Cina non si è impegnata in “accaparramenti di terre” in Africa e la Cina non lavora per intrappolare le nazioni africane nel debito. In conformità con la Cina che non s’impegna nei cambi di regime, la Cina non ha mai favorito alcun governo per la forma o ideologia. Le accuse di imperialismo e neo-colonialismo furono utilizzate per delegittimare numerose altre sfaccettature della politica estera cinese. I commentatori anti-cinesi affermavano che la Cina vuole il dominio imperialista sul Mar Cinese Meridionale anche se la Cina ha solo protetto la propria rotta commerciale dall’imperialismo statunitense; alcuni figuri filo-occidentali accusarono la Cina di “neo-colonialismo” a Hong Kong, anche se essenzialmente tutto ciò che la Cina ha fatto per le ultime generazioni è liberarle dal colonialismo inglese; affermazioni analoghe furono fatte sugli sforzi della Cina per influenzare Tibet e Taiwan anche se la Cina non reprime la libertà religiosa dei tibetani e anche se il socialismo cinese sarebbe il perfetto sostituto della “democrazia” borghese di Taiwan. Qualunque siano le critiche alla politica estera della Cina che si possano fare, non equivalgono a provare che la Cina sia imperialista. Il fatto che la Cina faccia sforzi per garantire che le sue aziende siano redditizie all’estero non equivale a un piano colonialista, e certamente non imperialista. Il Paese non soddisfa i cinque criteri di Lenin d’imperialismo, e quello che probabilmente perpetua, la definizione delle priorità del capitale esportatore rispetto alle materie prime, non viene utilizzato dalla Cina per soggiogare i Paesi a cui fornisce fondi e in cui investe. Una delle principali distinzioni tra coinvolgimento economico estero di Cina ed USA è che non ci sono prove che la Cina voglia garantirsi risorse a scopo di lucro. L’altra differenza fondamentale, come dimostrato dal primo, è che la Cina non aumenta artificialmente i prezzi coi monopoli per ottenere super-profitti. Tutto ciò rende evidente una linea tra le potenze imperialiste mondiale dell’alleanza USA/NATO e la Cina e l’alleata Russia, Paesi indipendenti che semplicemente cercano di commerciare e investire.

Se la Cina non è imperialista, come dovremmo vederla da una prospettiva marxista?
Non tutti i comunisti e la sinistra saranno mai d’accordo sul fatto che la Cina moderna meriti di essere sostenuta. Nonostante tutti i fatti citati, è facile per un anarchico, un socialdemocratico o un maoista tradizionale argomentare che la Cina sia revisionista o “capitalista di Stato”. Eppure, sebbene non tutti possano sostenere ideologicamente l’adozione in Cina dell’industria privata, per lo meno dobbiamo liberarci della percezione che la Cina sia imperialista. Perché se questo mito viene dissipato, il vero ruolo della Cina nel mondo sarà pienamente riconosciuto dal movimento antimperialista. Piuttosto che essere equivalente morale degli Stati Uniti, la Cina ha promosso la causa palestinese, proteggendo militarmente il Venezuela socialista dall’invasione, aiutando a ricostruire la Siria in nove anni di assalto imperialista occidentale, liberando finanziariamente i Paesi dall’imperialismo e indebolendo l’ex-primato di Washington nel Indo-Pacifico. La Cina potrebbe non fomentare direttamente le rivoluzioni socialiste, ma i suoi sforzi per scacciare gli Stati Uniti contribuiscono a rendere probabili le rivoluzioni future. Come le manovre economiche della Cina. Come scrisse l’editorialista Saikat Bhattacharya, la Belt Road Initiative della Cina è un’operazione per togliere la leva economica all’occidente e quindi al colonialismo stesso: “La BRI è meglio intesa come l’antitesi del colonialismo. Mentre il colonialismo era una risposta occidentale al suo deficit commerciale coi Paesi asiatici e anche alla supremazia del modo di produzione asiatico sulla produzione dell’era pre-rivoluzione industriale occidentale, la BRI è la risposta del surplus commerciale della Cina al fatto che la quota USA del PIL globale soa diventando troppo piccola per generare la domanda di prodotti cinesi… la BRI riguarda la condivisione delle risorse della Cina in ascesa col resto del mondo. Prima dell’ascesa dell’occidente, la Cina era il primo produttore globale e quel periodo non era associato al colonialismo. Quindi la Cina che rivendica la vecchia posizione non può essere definita colonialismo, ma la BRI è l’antitesi del colonialismo”.
Pertanto, dal punto di vista marxista, la Cina è il più grande motore attuale di cambiamento lontano dall’imperialismo. Dopo che l’impero USA sarà ridotto abbastanza, la Cina emergerà come potenza mondiale dominante agente da peacekeeper piuttosto che da conquistatore. Il suo modello socialista riuscito costituirà l’esempio per le nazioni in via di sviluppo e il suo rimodellamento dell’economia globale consentirà a queste nazioni di agire indipendentemente dalle vecchie potenze imperialiste in declino. La Cina può essere partecipe della macchina del capitalismo globale, ma qualsiasi visione veramente sfumata la colloca come presenza antimperialista. Questa è l’analisi marxista del ruolo della Cina nel mondo, al contrario di quella opportunista che tratta la Cina come aperta minaccia. Nel 2020 più che mai, schierarsi con la Cina è la posizione che riflette la conoscenza di come le condizioni materiali modellino il potenziale della rivoluzione socialista.

Traduzione di Alessandro Lattanzio