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La guerra di Erdogan su più fronti nella rischiosa conquista del potere regionale

James M Dorsey, Countercurrents 12 febbraio 2020

L’ottica sembra evidente: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è in conflitto con quasi tutti. Erdogan è contro la Russia in Siria, con truppe turche e siriane sul punto della guerra totale nel nord del Paese devastato dalla guerra , così come in Libia e non ha tratto alcun vantaggio traballando contro il suo presunto alleato russo durante la visita in Ucraina all’inizio di febbraio. Su tutti e tre i punti di scontro, Turchia e Russia testano i limiti di ciò che era sempre nella migliore delle ipotesi una partnership opportunistica e fragile volta a capitalizzare l’apparente interesse degli Stati Uniti in Medio Oriente in chiara riduzione, evidente già sotto il presidente Barak Obama, e in quello di Donald J. Trump che ridefinisce a caso ciò che vede come interessi nazionali degli USA. Se questo non fosse già abbastanza, le relazioni di Erdogan coi suoi alleati statunitensi ed europei sono tese per le azioni unilaterali turche nel Mediterraneo orientale, l’acquisizione da parte della Turchia del sistema antimissile russo S-400 e/o l’intervento militare della Turchia in Siria così come i rifugiati e molto altro. La Turchia ha minacciato di chiudere la base aerea di Incirlik e una stazione radar cruciale a Kurecik se Stati Uniti ed Unione europea non riconoscono ciò che la Turchia considera suoi interessi nazionali. Allo stesso tempo, Erdogan si preoccupa della sua alleanza col Qatar per via dei suggerimenti secondo cui lo Stato del Golfo e l’Arabia Saudita cercano un modo per porre fine al boicottaggio economico e diplomatico del Qatar da guidato dai sauditi da oltre due anni. I rapporti secondo cui i colloqui tra regno e Qatar sono falliti non metterebbero a repentaglio le preoccupazioni di Erdogan cogli Emirati Arabi Uniti, il detrattore più duro del Qatar, che ripristinava i servizi postali con lo Stato del Golfo. La ripresa, mediata dall’Unione postale universale delle Nazioni Unite, fu la prima volta in cui un terzo negoziò un qualche allentamento del boicottaggio.
Potenziandosi, la potente marina di Erdogan , imitando le tattiche cinesi nel Mar Cinese Meridionale, ha aumentato in modo significativo le tensioni nel Mediterraneo orientale inviando forze navali per scortare navi da perforazione turche in acque contese e bloccare le navi dell’esplorazione petrolchimica greche e cipriote nelle acque riconosciuto come loro dal diritto internazionale. La Turchia avvertiva Israele che ha bisogno dell’approvazione turca per costruire insieme a Grecia e Turchia un gasdotto sottomarino per l’Europa. Mentre combatte su più fronti regionali, Erdogan cammina su una corda tesa finemente calibrata, piuttosto che colpire ciecamente contro tutti, supponendo che né Russia né Stati Uniti o, del resto, Qatar, possano permettersi di perdere la Turchia. Allo stesso modo, la Turchia può rischiare di mettere a repentaglio le sue relazioni. Di conseguenza, le mosse conflittuali di Erdogan costituiscono una posta molto alta, in particolare con la presenza militare della Turchia nel nord della Siria, un’area in cui Erdogan non gode della superiorità aerea. Il capo turco scommette su una Russia accondiscendente prima di trattener le forze siriane e premendo per una risoluzione negoziata della crisi. La provocatoria visita di Erdogan a Kiev e il sostegno all’Ucraina nel conflitto con la Russia erano molto più che differenze sull’attacco siriano appoggiato dalla Russia a Idlib, l’ultimo avamposto dei ribelli nel Paese. Preoccupato che l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 abbia fermato il dominio marittimo turco sul Mar Nero trasformandolo in un lago russo, Erdogan cercava a Kiev di giocare contro entrambe le parti. L’International Crisis Group avvertiva che nel Mar Nero “l’annessione della Crimea della Russia nel 2014 le ha permesso di espandere la sua potenza navale, proiettare potenza a sud e mutare l’equilibrio strategico a suo favore”. Le coste della Russia sono cresciute da 475 a 1200 chilometri o circa il 25% dopo l’annessione. Si aggiungano i 300 chilometri di coste dell’Abkhazija, una regione georgiana staccata dalla Russia. Nel tentativo di contrastare i progressi della Russia, la scommessa di Erdogan costituisce anche un tentativo di persuadere la NATO a sostenere la Turchia nel Mar Nero, invertendo una politica vecchia di decenni nel mantenere l’alleanza fuori dalla regione.
Con 13 soldati turchi morti nell’ultima settimana in due attacchi siriani contro obiettivi turchi e la Turchia che dichiara di aver ucciso più di 100 soldati siriani per rappresaglia, la mossa di Erdogan sembra aver prodotto dividendi iniziali coll’amministrazione Trump a sostegno del capo turco nella sua alta posta siriana. Un jolly chiave è il grado in cui Erdogan potrebbe ritenere di non avere altra scelta se non quella di acuire oltre quanto vorrebbe, rispondendo ai nazionalisti di estrema destra che accompagnano una parte della sua base elettorale facendo pressione per la guerra in Siria aggredendo il Presidente Bashar al-Assad. “Che cosa aspettate? Non battete ciglio mentre i soldati turchi vengono martirizzati in attacchi compiuti da soldati di un altro Stato”, dichiarava Meral Aksener, capo dell’Iyi o Partito del Bene. Aggiungeva Devlet Bahceli, capo del partner della coalizione di Erdogan, il Partito del movimento nazionalista (MHP): “Assad è un assassino, un criminale e fonte d’ostilità. Non ci sarà pace in Turchia fino a quando Assad non verrà abbattuto dal suo trono. La Turchia deve iniziare i piani per entrare a Damasco ora e annientare tali crudeli”.

Il dott. James M. Dorsey è ricercatore presso la Scuola di studi internazionali S. Rajaratnam della Nanyang Technological University, ricercatore associato presso il Middle East Institute della National University di Singapore e condirettore dell’Institute of Fan Culture dell’Università di Würzburg.

Traduzione di Alessandro Lattanzio