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Coronavirus, terrorismo biologico?

Orfilio Peláez, Granma.cu, 7 febbraio 2020 – Histoire et Societe

Un articolo pubblicato nel blog personale dal giornalista spagnolo Patricio Montesinos esamina la teoria secondo cui il coronavirus sia un germe creato nei laboratori degli Stati Uniti come arma batteriologica nella guerra commerciale lanciata da Washington contro la Cina. Secondo il testo riprodotto da Rebellion, diverse dichiarazioni di alti funzionari della Casa Bianca e una sempre più intensa campagna internazionale anti-cinese sui media alimentano l’ipotesi che l’amministrazione del presidente Donald Trump sia responsabile dell’epidemia che apparso alla fine di dicembre 2019 nella città di Wuhan. Montesinos si riferisce a ciò che fu detto il 31 gennaio dal segretario al commercio Wilbur Ross, che dichiarò: “L’epidemia di coronavirus che ha infettato migliaia di persone potrebbe stimolare l’economia degli Stati Uniti”. Ma il funzionario andò oltre dicendo che “ciò contribuirà ad accelerare il ritorno del lavoro in Nord America”. Tali dichiarazioni di Ross furono seguite a quelle del segretario di Stato Mike Pompeo che, nel pieno dell’emergenza mondiale causata dalla malattia, identificava la Cina come una minaccia ai principi democratici internazionali. A ciò si aggiunge il complice silenzio dei media mainstream che non menziona gli enormi sforzi compiuti dalle autorità del Paese asiatico per controllare la diffusione dell’epidemia, compresa la costruzione a tempo di record di due grandi ospedali destinati a fornire la massima assistenza medica ai pazienti e la ricerca di farmaci efficaci in grado di curare la malattia. Il giornalista afferma nell’articolo che sebbene abbiano cercato di nasconderlo, il mondo sa bene di come le amministrazioni degli Stati Uniti arrivino alla guerra biologica per rovesciare i governi considerati oppositori, scatenando conflitti tra nazioni e sterminandone le popolazioni.

Fidel, uno dei primi obiettivi
Uno sguardo a ciò che accadde nel mondo negli ultimi 60 anni permette di affermare che poche nazioni subirono varie aggressioni biologiche come Cuba. Una delle prime vittime di tale torva aggressione fu forse il Comandante in capo Fidel Castro all’inizio della Rivoluzione, quando la Central Intelligence Agency (CIA) elaborò un piano per contaminare la muta utilizzata dal leader cubano. Attivamente infettato dai bacilli della tubercolosi, la compagnia voleva usare l’ospitalità di Fidel con James Donovan, avvocato che negoziò col governo cubano per liberare i mercenari catturati durante l’invasione di Playa Girón, per inviare al leader della Rivoluzione la suddetta muta.
Il dono raccapricciante non fu consegnato da Donovan all’ospite, e le versioni finora suggeriscono che rifiutò o cercò un pretesto per evitare di esserne coinvolto. Ci furono anche alcuni tentativi di inoculare microrganismi nel tabacco che Fidel fumava, al fine di causare la caduta della sua nota barba. Dopo il fallimento dell’invasione di Playa Girón nel 1962, la società, coll’approvazione del governo degli Stati Uniti, attuò la cosiddetta Operazione Mongoose (mangusta) che includeva l’uso di agenti biologici e chimici in grado di distruggere le culture cubane e neutralizzare i lavoratori agricoli. Quindi non è un caso che poco dopo, il virus patogeno del New Castle apparve nei campi delle Antille maggiori causando gravi danni al pollame sull’isola dovendo sacrificare decine di migliaia di esemplari. Secondo la dichiarazione di William Turner, ex-agente dell’FBI, e del giornalista Warren Hinckle, nel libro Lethal Secrets: The War of the CIA and the American Mafia against Fidel Castro and the Assassination of John Fitzgerald Kennedy, gli Stati Uniti ricorsero alla guerra batteriologica contro Cuba durante l’amministrazione di Richard Nixon (1969-1974) e la CIA impegnò il governo nordamericano in una guerra segreta illegale e non dichiarata contro Cuba. Prova di ciò è l’improvvisa comparsa e rapida diffusione nel 1971 della prima epidemia di peste suina africana, il cui controllo ed eradicazione portò all’eliminazione di oltre mezzo milione di suini. Il 7 gennaio 1977, un cablo dell’agenzia statunitense UP, da Washington riportava che una fonte non identificata della società affermava di aver ricevuto un container contenente virus all’inizio del 1971 a Fort Guglick, base militare statunitense nella zona del canale di Panama. Lo stesso fu trasferito su un peschereccio ad agenti dell’operazione clandestina a Cuba. Grazie alle ricerche condotte da un gruppo di scienziati del Centro nazionale per la salute agricola (Censa), guidato dalla Dott.ssa Rosa Elena Simeón Negrín, si concluse che tale specifico germe fu adattato artificialmente per trasportarlo cogli uccelli. Gli esperti avvertirono che ciò poteva essere solo intenzionale e attuato con sofisticate tecniche di ingegneria genetica e biotecnologia. Era la prima volta che una malattia aggressiva si diffondeva nell’emisfero occidentale. La peste suina africana riemerse a Cuba nel 1979. In questa occasione, si sapeva che l’infezione ebbe origine nelle vicinanze della città di Caimanera, molto vicino alla base navale che occupa illegalmente il territorio di Guantanamo.
Altri atti di guerra batteriologica subiti dal popolo cubano tra gli anni ’70 e ’90 furono l’introduzione deliberata della muffa blu del tabacco (1971), che influenzò gravemente la produzione di un oggetto così importante per l’esportazione; la Roya de La Caña (1978), il cui effetto devastante costrinse a distruggere quasi tutti i campi coltivati con la varietà della canna Barbados 4326, con alti raccolti agricoli e industriali; la dolorosa epidemia di febbre emorragica dengue (1981), che causò 158 morti, tra cui 101 bambini, e la peste degli insetti Thrips Palmi che devastò varie culture. Durante il processo a New York del 1984 contro l’agente della società Eduardo Arocena, dichiarò apertamente che la missione affidata al gruppo al suo comando era procurasi alcuni agenti patogeni e portarli a Cuba. Le confessioni furono registrate nei verbali da pagina 2189, dossier 2-fbi-n e 185-1009, ma il pubblico ministero non ordinò mai l’inchiesta. Non ci sono prove che il coronavirus sia parte di un’azione terroristica biologica degli Stati Uniti, ma la pratica di tale Paese e le dichiarazioni di alcuni suoi alti funzionari portavano il giornalista Patricio Montesinos nel suo notevole articolo a chiedere: “Non è molto sospetto che il coronavirus sia apparso in Cina e che Washington l’abbia introdotto per indebolire quella che molti già considerano come la prima potenza economica del mondo, al di sopra dell’impero dalla leadership catastrofica di Trump?

Nel contesto
Secondo un rapporto pubblicato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), nel mondo ci sono oltre 31400 casi di coronavirus, oltre 31200 in Cina.
L’epidemia è già in 25 paesi e 638 persone sono morte, solo una fuori del gigante asiatico.
Alcun Paese latinoamericano è ancora sulla mappa della diffusione del coronavirus preparato dall’OMS, sebbene sia stato provato il contagio di un cittadino argentino che viaggiava su una nave da crociera trattenuta in Giappone.
I medici cinesi hanno finora salvato 1540 persone, secondo il Quotidiano del Popolo, che riferiva anche che il Presidente Xi Jinping aveva parlato coll’omologo nordamericano Donald Trump chiedendo del motivo dell’atmosfera mediatica internazionali, dove esibiscono deliberatamente cifre e dati senza contesto, diffondendo l’idea che la nazione asiatica non faccia abbastanza per combattere l’epidemia.
Alla 146a sessione del Consiglio esecutivo dell’OMS, tenutasi il 4 febbraio, il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus si congratulava con la Cina per le misure energetiche e la velocità della risposta.

Traduzione di Alessandro Lattanzio