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La politica USA contro l’Iran: Culmine della disperazione

Tony Cartalucci – LDR, 5 febbraio 2020

La politica nordamericana contro l’Iran ha raggiunto nuove vette di disperazione e nuovi minimi nell’indebolimento del diritto e delle norme internazionali. Nella perdente battaglia di Washington per mantenere l’egemonia in Medio Oriente a spese dei suoi popoli e nazioni, faceva ricorso ad omicidi, attacchi unilaterali contro obiettivi in nazioni sovrane contro la volontà espressa dei governi che le presiedono, pur esponendo quella che appare la crescente impotenza militare, politica ed economica statunitense. In netto contrasto, nazioni come Russia e Cina traggono vantaggi mentre le scarse fortune di Washington creano un vuoto di potere nella regione. Piuttosto che sostituire gli Stati Uniti come egemoni regionali, Mosca e Pechino estendono il concetto multipolare in Medio Oriente aiutando le nazioni a ricostruirsi dopo anni di conflitti ideati e guidati dagli Stati Uniti, proteggendo ulteriori conflitti che gli Stati Uniti tentano di usare per riaffermasi nella regione, permettendo alle nazioni di restare sole a perseguire i propri interessi indipendentemente dalle sfere di potere tradizionali decise nell’era degli imperi.

I think tank statunitensi
Il think tank della politica statunitense finanziato dalle corporazioni Brookings Institution, e uno dei suoi capi, Daniel Byman, recentemente pubblicava l’articolo “La deterrenza è ripristinata con l’Iran?”, in cui vengono tracciati diversi punti positivi, ma molti altri aspetti rivelatori della politica estera sempre più degenerata e alienata degli USA, espostasi soprattutto nei confronti dell’Iran. Gli scritti di Byman sono importanti da considerare dato che Byman firmò insieme a molti altri importanti colleghi di Brookings il documento dell’istituzione, del 2009, “Quale percorso per la Persia? Opzioni per una nuova strategia nordamericana verso l’Iran”, in cui le basi di tutto ciò che accadde prima e dal 2009 sulla politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran veniva molto dettagliato. Il documento del 2009 includeva piani statunitensi per minare la stabilità politica e sociale iraniana prendendone di mira l’economia e finanziando gruppi e proteste dell’opposizione, cosa che gli Stati Uniti fecero successivamente. Comprendeva piani per finanziare e armare i terroristi per compiere violenze per rovesciare il governo iraniano, cosa che fecero sempre gli Stati Uniti. Comprendeva anche piani per provocare segretamente una guerra coll’Iran come pretesto per il cambio di regime guidato dagli Stati Uniti, cosa che chiaramente e ripetutamente tentano di fare. Ancora più interessante è che il documento includeva anche piani per attirare l’Iran in un accordo di pace specifico degli Stati Uniti per affermare che Teheran non li onorava, come pretesto per la guerra. È interessante perché non solo il successivo “Accordo nucleare iraniano” soddisfaceva i requisiti del documento, ma la macchinazione si dispiegava con due presidenti statunitensi, Barrack Obama e Donald Trump, ricordando che interessi speciali guidano la politica estera nordamericana, e non capi eletti, e che gli ordini del giorno di tali interessi speciali trascendono le amministrazioni presidenziali degli Stati Uniti piuttosto che esserne sottoposti. Il recente articolo di Byman, ci si poteva aspettare fosse pieno di revisioni e nuove idee sulla politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente e sulla politica verso l’Iran, considerando che i piani indicati nel documento del 2009 sono nettamente falliti. Invece è pieno di racconti stracchi tra cui accuse infondate secondo cui l’Iran cerca armi nucleari o finanzia il “terrorismo” nella regione piuttosto che reagire al vero terrorismo sponsorizzato dagli Stati Uniti sotto forma di al-Qaida, affiliati e cosiddetto Stato islamico in Iraq e Siria (SIIL). È ormai risaputo che tali organizzazioni terroristiche sono state apertamente armate e appoggiate dagli Stati Uniti e dai loro alleati nel tentativo fallito di rovesciare il governo siriano, fare pressione sul governo iracheno e sconfiggere i combattenti huthi nello Yemen. Altre narrazioni stolide presentate da Byman includono la finta conoscenza del ruolo d’Israele come agente statunitense e che l’aggressione israeliana era usata come mezzo per i piani regionali di Washington. Se i politici statunitensi sono così distaccati dalla realtà, o almeno le loro spiegazioni a un pubblico inconsapevole, tentano di spacciare una politica così distaccata, che sarà del tutto insostenibile. Il crescente contraccolpo pubblico e assenza di cooperazione da nazioni avverasrie, Stati neutrali e persino vecchi alleati degli statunitensi ne sono la testimonianza.

Il tempo è dalla parte dell’Iran
L’articolo di Byman tenta di sostenere che la recente aggressione degli Stati Uniti mirava a ripristinare la “deterrenza”. Dato che gli Stati Uniti si trovano in Medio Oriente, oceani e continenti lontani dalle proprie coste, occupando illegalmente le nazioni che circondano l’Iran, costringendo altri ad accettare perpetuamente la presenza di truppe statunitensi e subirne le interferenze, il termine “deterrenza” è del tutto inappropriato. La recente aggressione nordamericana è stata invece intesa come tentativo di riaffermare il primato nordamericano nella regione, reagendo all’avanzata iraniani al suo sradicamento. Ma l’aggressività degli Stati Uniti a tale livello non indica forza o risolutezza, indica incoscienza e disperazione, di cui Teheran ha sicuramente preso atto. Byman faceva ammissioni importanti. Ad un certo punto ammetteva: “La risoluzione può anche favorire gli iraniani. Anche ignorando le vacillazioni del presidente Trump sull’uso della forza in Medio Oriente e sull’opportunità o meno di negoziare con l’Iran, gli statunitensi sono sempre più stanchi di schierare truppe in Medio Oriente e scettici sulla guerra con l’Iran. L’Iran, da parte sua, vede un regime amichevole in Iraq come interesse vitale e per il resto gioca una partita a lungo termine in Medio Oriente. Ancora più importante, gli Stati Uniti minacciavano la sopravvivenza del regime iraniano, suo estremo interesse vitale”. E in effetti, questo è del tutto vero: il tempo è dalla parte dell’Iran. È una nazione del Medio Oriente, vicina ad Iraq, Yemen, Siria e Libano, possiede ampi legami storici, culturali, religiosi, economici e militari nella regione e cerca l’autoconservazione coi suoi alleati, tutti i fattori che possono sopravvivere anche alle forme più estreme di aggressione e interferenza di Washington. D’altra parte Washington deve affrontare il crescente malcontento in patria, i limiti posti al suo avventurismo militare dal miglioramento della tecnologia militare delle nazioni che prende di mira e dalla realtà di un’economia globale in trasformazione. Gli Stati Uniti possono ancora infliggere danni enormi all’Iran e ai suoi alleati nella regione. L’Iran, pur notando sconsideratezza e disperazione degli Stati Uniti, continuerà a perseguire una politica di persistente pazienza. La strategia dell’Iran è rafforzata dal sostegno di Russia e Cina, che attendono anche pazientemente il declino ultimo dell’ordine mondiale unipolare nordamericano.

Culmine della disperazione
Continuare una politica del tutto insostenibile è un misto di disperazione e illusione. Byman e altri al servizio degli interessi speciali degli Stati Uniti nei think tank politici finanziati dalle aziende nordamericane non sanno discutere apertamente della necessità di allontanarsi dalle politiche basate sull’egemonia globale, verso le politiche multipolari più sostenibili perseguite da nazioni come Russia e Cina che ora erodono potenza ed influenza nordamericana nel globo. Ma a causa di ciò, i politici statunitensi continueranno a spacciare narrazioni sempre meno attraenti a un numero crescente di persone, sia nei circoli politici che al pubblico generale che si allontana. Come ogni impresa, l’egemonia degli Stati Uniti ha attratto nel corso dei decenni numerosi investitori e azionisti. E come qualsiasi impresa, quando i tempi cambiano e il modello di business utilizzato per sostenere tale impresa non è più praticabile, devono essere fatte importanti riforme o investitori ed azionisti inizieranno a cedere cercando fortuna altrove. Considerando la politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran e di molte altre nazioni, appare irrimediabilmente impantanata e sempre più disperata senza alcun segno di legittime riforme in opera, con investitori e gli azionisti che sicuramente dovranno iniziare a disinvestire e guardare altrove. Solo il tempo dirà cosa sostituirà gli interessi attuali alla guida della politica estera nordamericana, ma ciò che è certo è che la politica estera statunitense nella sua forma attuale è in declino terminale. I suoi piani sull’Iran in particolare complicheranno la vita e infliggeranno sofferenza al popolo iraniano, ma i piani elaborati nel 2009 dai politici statunitensi e perseguiti da allora non sono ottennero i risultati desiderati. Il poco che gli Stati Uniti possono fare ora è cambiare ciò. La disperazione al culmine è spesso seguita da una disastrosa sconfitta e dal declino. Un esempio nella storia degli Stati Uniti fu chiaramente la guerra del Vietnam alla sua conclusione. Molto raramente individui, imprese o nazioni che raggiungono la disperazione che la politica estera degli Stati Uniti contro l’Iran ha raggiunto, arrivano al successo con essa, e nulla di ciò che viene detto, scritto o fatto a Washington suggerisce che gli Stati Uniti faranno diversamente in questo momento.

Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio