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Gli eroi di Stalingrado e il debito che ancora gli dobbiamo

Martin Sieff, SCF 31 gennaio 2020

Il 2 febbraio segnerà il 75° anniversario della fine della più grande, più lunga e sanguinosa battaglia della storia umana: fu una lotta che distrusse il ferro di lancia nazista già invincibile che aveva conquistato tutta l’Europa in soli tre anni e sembrava sul punto di conquistare il mondo: eppure incredibilmente, finora tutti i media occidentali, specialmente degli Stati Uniti, l’hanno completamente ignorato. La battaglia di Stalingrado fu il cardine del destino: decise il risultato della Seconda guerra mondiale. La dimensione colossale di tale straordinaria lotta era ben riconosciuta da nordamericani e britannici all’epoca, ma da allora fu completamente dimenticata. Le nazioni occidentali hanno seppellito nel profondo del buco nero dei ricordi proibiti che George Orwell avrebbe riconosciuto fin troppo bene. Eppure Stalingrado sminuisce ogni altra battaglia della guerra. Iniziò nell’agosto 1942 come apparente ultima posizione di ciò che sembrava essere un’Armata Rossa condannata contro una Wehrmacht invincibile che aveva conquistato l’intero continente europeo dalla punta settentrionale della Norvegia a Creta e il Sahara in Libia in meno di tre anni. Ma a Stalingrado cambiò tutto.
“Oltre il Volga non c’è niente!” fu il grido di battaglia sovietico, e non c’era. Ancora oggi, guardando ad est dalle imponenti altezze della Mamaev Kurgan, è inquietante vedere che dall’altra parte del grande Volga, l’incarnazione dell’anima della Russia, non c’è letteralmente niente. Mamaev Kurgan è il monumento ai caduti come nessun altro sulla terra, poiché è dominato da una dea irata. La statua più gigantesca, impressionante e inquietante del mondo, Rodina-Mat, la dea madre della Russia, si alza per 50 metri senza piedistallo, 7 metri più alta della Statua della Libertà. Pesa 1000 tonnellate, oltre 15 volte la Statua della Libertà. Ma tutto ciò è il minimo. Lady Liberty è a suo agio e serena a New York City, ma Rodina-Mat è dinamica e furiosa. Il suo viso bellissimo, sorprendentemente da ragazza, trasmette rabbia e ira da incubo. Il braccio di Rodina-Mat non è rilassato e allungato passivamente, portando una torcia come Lady Liberty. È sollevato portando una spada lunga 22 metri che vola così in alto nel cielo che deve avere una luce di navigazione rossa sulla punta per avvisare gli aerei a bassa quota. Vista da lontano, lo spettacolo è ancora più impressionante, persino terrificante. Perché Rodina-Mat è sull’altezza imponente del profilo della cresta sopra la città, nel punto dei massimi combattimenti. Lo si può vedere da qualunque parte guidando lungo le principali arterie del lungovolga. Appare sempre in movimento, viva, abbattendo gli invasori con la sua incredibile spada. È come se Athena o Afrodite fossero usciti dalle pagine dell’Iliade di Omero e attraversato i campi di battaglia di Troia, o come se un gigantesco dio-astronauta visionato da Erich von Daniken si fosse di nuovo mosso sulla terra.
Nei 200 giorni della Battaglia di Stalingrado, Mamaev Kurgan fu conteso per 130. Oggi è il luogo di riposo per 35000 soldati sovietici. Gli storici militari occidentali riconoscono che 1,1 milioni di soldati sovietici morirono nella Battaglia di Stalingrado e questo non include almeno 100000 (e forse tre volte più, civili) massacrati dai bombardamenti aerei indiscriminati della Luftwaffe. Più del doppio dei civili russi morì nella prima settimana di incursioni aeree su Stalingrado rispetto ai bombardamenti alleati su Dresda. Quando gli interrogatori sovietici chiesero al feldmaresciallo Friedrich Paulus, il comandante prigioniero della sesta armata, perché avesse autorizzato un massacro così inutile, rispose davvero che solo eseguiva gli ordini. Anche le perdite naziste furono colossali. Secondo le stime russe, 1,5 milioni di soldati tedeschi e dell’Asse perse la vita durante l’operazione, più di cinque volte i caduti degli Stati Uniti in tutta la guerra e più del doppio dei morti dell’Unione e della Confederazione nella guerra civile degli Stati Uniti. Nessuno dei resti dell’Asse trovati e identificati fu sepolti nella città. È terreno sacro per il popolo russo. Solo gli eroici difensori di Stalingrado e della Patria, o Rodina, hanno il massimo onore di riposarvi. L’intera sesta armata tedesca, 300000 uomini, all’epoca considerata la forza militare invincibile sulla terra, morì a Stalingrado. Solo 90000 di loro sopravvissero per essere fatti prigionieri quando Paulus si arrese. Il suo quartier generale nel seminterrato dell’Univermag, il grande magazzino centrale della città divenne anche un museo, uno dei più strani sulla terra e dal sorprendente contrasto con l’imponenza primordiale, eroica, epica della statua e dei monumenti di Mamaev Kurgan. Nel 2005, quando lo visitai l’ultima volta, Univermag era ancora un grande magazzino, che ricorda molto il tipo che si vedeva nell’Heartland degli Stati Uniti in potri come Sioux City o Iowa City costruiti negli anni ’20 e che prosperarono fino a quando Wal-Mart li inghiottì tutti.
Entrando all’Univermag di Volgograd dall’ingresso principale, si passa accanto ai giocattoli per bambini, girando a sinistra si naviga tra pigiami e vetreria della signora, e senza alcun preavviso, vi ci si trova. Il seminterrato era pieno di ricostruzioni dell’ultima postazione della Sesta Armata. Dietro una porta, modelli di due soldati tedeschi morenti giacevano in quella che era davvero una sala operatoria di emergenza. Dietro un altro, un animatrone di Paulus si alza all’infinito da dietro la scrivania per ascoltare le ultime notizie della catastrofe da un altro ufficiale. Dappertutto, il lamento dell’inflessibile vento della steppa invernale e la frustata spietato delle Katjusha sovietiche, i mortai lanciarazzi, che risuonano accompagnando. Ilija Ehrenburg, il più grande di tutti i corrispondenti di guerra, scrisse che i soldati nel loro seminterrato e roccaforti di macerie che si aggrappavano alle rive del Volga, metro su metro, adoravano quei mortai a razzo. Era ancora vero nel 2005: i volti dei veterani della battaglia altamente decorati di 80 anni, s’illuminavano di entusiasmo e gioia fanciulleschi quando gli chiesi quale fosse la loro arma preferita in guerra. “Katjusha!” gridarono quei meravigliosi vecchietti, saltando su e giù, cogli anni che si allontanavano da loro per magia. “Katjusha!”
Settantacinque anni dopo che Paulus si arrese e il Terzo Reich fu finalmente schiacciato, i ricordi e le cicatrici di quella lotta definiscono ancora la Russia moderna. Il comunismo è morto. Ma il patriottismo russo no. Ed è per questo che, in questa era di crescenti differenze e alienazione tra Russia e occidente, lo straordinario eroismo e sacrificio di tutti quei soldati dell’Armata Rossa e il terribile prezzo che pagarono per salvare il mondo vanno ricordati da ex-alleati e vicini della Russia. Le emozioni selvagge, feroci ma assolutamente autentiche che esprime lo straordinario volto di Rodina-Mat testimoniano gli incredibili sacrifici fatti sulle rive del Volga per distruggere un male estremo. Capi e popolazioni occidentali devono ricordare di nuovo chi distrusse quel male, il prezzo terribile che pagò e la gratitudine che gli dobbiamo ancora.

Traduzione di Alessandro Lattanzio