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Come una sessione parlamentare rivela i veri scopi di Trump in Iraq

Whitney Webb, Mint Press 17 gennaio 2020

Gli Stati Uniti sono fermamente convinti che l’assassinio di Qasim Sulaymani e il rifiuto di lasciare l’Iraq riguardino la protezione degli statunitensi, ma una sessione parlamentare irachena poco nota rivela come i legami sempre più forti della Cina con Baghdad possano formare la nuova strategia nordamericana per il Medio Oriente.
Poiché gli Stati Uniti hanno ucciso il Generale Qasim Sulaymani e il leader della milizia irachena Abu Mahdi al-Muhandis all’inizio di gennaio, la narrazione ufficiale riteneva che la loro morte fosse necessaria ad impedire una vaga, ma presumibilmente imminente, minaccia agli statunitensi, sebbene il presidente Trump affermasse che se Sulaymani o i suoi alleati iracheni rappresentassero o meno una minaccia imminente “non importava davvero”. Mentre la situazione tra Iran, Iraq e Stati Uniti sembra essersi acuita in modo sostanziale, almeno per ora, va rivisto il passaggio alle recenti tensioni USA-Iraq/Iran fino all’assassinio di Sulaymani e Abu Mahdi al-Muhandis al fine di comprendere una delle cause più trascurate ma rilevanti dell’attuale politica di Trump nei confronti dell’Iraq: impedire alla Cina di espandere la presenza in Medio Oriente. In effetti, fu affermato che anche l’assassinio di Sulaymani era direttamente collegato al suo ruolo diplomatico in Iraq e alla spinta ad aiutare l’Iraq a garantirsi l’indipendenza petrolifera, a partire dall’attuazione del nuovo grande accordo petrolifero con la Cina. Mentre la recente retorica sui media si soffermava sull’entità dell’influenza dell’Iran in Iraq, i recenti rapporti della Cina coll’Iraq, in particolare nel settore petrolifero, sono responsabili di gran parte di ciò che accade in Iraq negli ultimi mesi, almeno secondo il Primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi, che attualmente ha una carica ad interim.
Gran parte della pressione esercitata dagli Stati Uniti sul governo iracheno per la Cina, secondo quanto riferito, avveniva di nascosto e a porte chiuse, tenendo le preoccupazioni all’amministrazione Trump per i crescenti legami della Cina coll’Iraq in gran parte escluso al pubblico, forse per la preoccupazione che una rissa pubblica possa esacerbare la “guerra commerciale” tra Cina e Stati Uniti mettendone in pericolo gli sforzi per risolverla. Tuttavia, qualunque siano le ragioni, l’evidenza suggerisce fortemente che gli Stati Uniti sono ugualmente preoccupati dalla presenza della Cina in Iraq così come dell’Iran. Questo perché la Cina ha mezzi e capacità di minare drasticamente non solo il controllo degli Stati Uniti sul settore petrolifero iracheno, ma l’intero sistema del petrodollaro da cui dipende direttamente lo status degli Stati Uniti come superpotenza finanziaria e militare.

Dietro il sipario, una narrazione diversa per le tensioni Iraq-USA
Il Primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi fece una serie di osservazioni il 5 gennaio, durante una sessione parlamentare che ricevetto sorprendentemente poca attenzione dai media. Durante la sessione, che vide anche il parlamento iracheno approvare la rimozione di tutte le truppe straniere (incluso nordamericane) dal Paese, Abdul-Mahdi fece una serie di affermazioni sul sostegno alla recente situazione che metteva l’Iraq al centro delle tensioni USA-Iran. Durante la sessione, solo una parte delle dichiarazioni di Abdul-Mahdi furono trasmesse in televisione, dopo che il portavoce della Camera Muhamad al-Halbusi, che ha strette relazioni con Washington, chiese che la diretta tv venisse interrotta. Al-Halbusi partecipò stranamente alla sessione parlamentare anche se fu boicottata dai suoi alleati rappresentanti sunniti e curdi. Dopo che la diretta tv fu interrotta, i parlamentari presenti trascrissero le osservazioni di Abdul-Mahdi, poi trasmesse all’agenzia stampa araba Idat. Secondo tale trascrizione, Abdul-Mahdi affermò che: “Gli statunitensi hanno distrutto il Paese e provocato il caos. Si sono rifiutati di completare la costruzione del sistema elettrico e dei progetti infrastrutturali. Hanno negoziato per la ricostruzione dell’Iraq in cambio della rinuncia dell’Iraq al 50% delle importazioni di petrolio. Così, ho rifiutato e deciso di andare in Cina concludendo un accordo importante e strategico. Oggi Trump cerca di annullare questo importante accordo”. Abdul-Mahdi continuò rilevando che la pressione dell’amministrazione Trump sui suoi negoziai e successivi rapporti con la Cina crebbe sostanzialmente nel tempo, causando anche minacce di morte a lui e al suo Ministro della Sifesa: “Dopo il mio ritorno dalla Cina, Trump mi chiamò e mi chiese di annullare l’accordo, così rifiutai, e minacciò [che ci sarebbero state] dimostrazioni di massa per rovesciarmi. In effetti, iniziarono le manifestazioni e poi Trump chiamò, minacciando d’intensificarle in caso di mancata collaborazione e non rispondendo ai suoi desideri, secondo cui terzi [forse mercenari o soldato nordamericano] avrebbe sparati ai manifestanti e alle forze di sicurezza dalla cima degli edifici più alti e dall’ambasciata nordamericana, nel tentativo di farmi pressione e sottomettermi ai suoi desideri annullando l’accordo con la Cina”. “Non risposi e presentai le dimissioni e gli statunitensi insistono ancora oggi ad annullare l’accordo con la Cina. Quando il Ministro della Difesa disse che chi uccideva i manifestanti era una terza parte, Trump mi chiamò immediatamente e minacciò fisicamente me e il Ministro della Difesa nel caso in cui si parlasse ancora di tale terza parte”.
Pochissimi media anglofoni riportarono i commenti di Abdul-Mahdi. Tom Luongo, analista della Florida ed editore della newsletter The Gold Goats ‘n Guns, aveva detto a MintPress che le probabili ragioni del “sorprendente” silenzio dei media sulle affermazioni di Abdul-Mahdi erabi perché “Non è mai riuscito a passare sui canali ufficiali… “a causa dell’interruzione della diretta tv dekla sessione parlamentare irachena, e del fatto che “è molto scomodo e poco mediatico dato che Trump fa quello che vogliono che faccia, essere belluino coll’Iran, proteggere gli interessi d’Israele”. “Non lo contraddiranno su questo se li asseconda”, aggiunse Luongo, prima di continuare dicendo che i media lo “tratterrebbero comunque a futura memoria… Se venisse fuori davvero, l’useranno contro di lui più se cercasse di lasciare l’Iraq. Tutto a Washington viene sfruttato come ricatto”, aggiungeva. Data la mancanza di copertura mediatica e la fine della diretta video delle osservazioni complete di Abdul-Mahdi, va sottolineato che la narrativa che svelava il discorso censurato non si adatta solo alla cronologia degli eventi recenti, ma anche alle tattiche note impiegate a porte chiuse dall’amministrazione Trump, in particolare dopo che Mike Pompeo lasciò la CIA divenendo segretario di Stato. Ad esempio, la delegazione di Abdul-Mahdi in Cina rientrò il 24 settembre, con le proteste contro il governo che Trump avrebbe minacciato il 1° ottobre. I rapporti su una “terza parte” che sparava ai manifestanti iracheni furono raccolti dai principali media, come la BBCm che affermava: “I rapporti dicono che le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco, ma un altro resoconto afferma che alcuni uomini armati sconosciuti be erano responsabili… Una fonte a Qarbala aveva detto alla BBC che uno dei morti era una guardia di un vicino santuario sciita che passava. La fonte aveva anche detto che l’origine degli spari era sconosciuta e aveva preso di mira manifestanti e forze di sicurezza”. Anche le proteste sostenute dagli Stati Uniti in altri Paesi, come in Ucraina nel 2014, videro le prove di una “terza parte” che sparava a manifestanti e forze di sicurezza.
Dopo sei settimane di intense proteste, Abdul-Mahdi rassegnò le dimissioni il 29 novembre, pochi giorni dopo che il Ministro degli Esteri iracheno elogiava i nuovi accordi, incluso l’accordo sul “petrolio per la ricostruzione” firmato con la Cina. Da allora Abdul-Mahdi rimase Primo Ministro ad interim fin quando il Parlamento non decide sulla sua sostituzione. Le affermazioni di Abdul-Mahdi sulla pressione occulta dall’amministrazione Trump sono rafforzate dall’uso di tattiche simili contro l’Ecuador dove, nel luglio 2018, la delegazione nordamericana presso le Nazioni Unite minacciò la nazione di misure commerciali punitive e il ritiro degli aiuti militari se procedeva a introdurre una risoluzione delle Nazioni Unite per “proteggere, promuovere e sostenere l’allattamento al seno”. All’epoca il New York Times riferì che la delegazione nordamericana cercava di promuovere gli interessi dei produttori di latte artificiale. Se tale delegazione era disposta a esercitare tale pressione sulle nazioni che promuovono l’allattamento al seno per l’infanzia, è ovvio che tale pressione a porte chiuse sarebbe significativamente più intensa se interessasse una risorsa molto più redditizia, ad esempio il petrolio. Sulle affermazioni di Abdul-Mahdi, Luongo disse a MintPress che va anche considerato che avrebbe potuto essere chiunque dell’amministrazione Trump a minacciare Abdul-Mahdi, non necessariamente Trump stesso. “Quello che non dirò direttamente è che non so se c’era Trump all’altro capo delle telefonate. Mahdi, è politicamente a suo vantaggio ad accusare di tutto Trump. Potrebbe essere stato Mike Pompeo o Gina Haspel a parlare con Abdul-Mahdi… Avrebbe potuto essere chiunque, molto probabilmente qualcuno dalla plausibile negazione… Questo [le affermazioni di Mahdi] sembra credibile… Credo fermamente che Trump possa fare tali minacce ma non credo che Trump li farebbe così direttamente, ma sarebbe assolutamente coerente con la politica nordamericana”. Luongo aveva anche sostenuto che le attuali tensioni tra la leadership nordamericana e quella irachena precedevano l’accordo petrolifero tra Iraq e Cina di diverse settimane: “Tutto ciò iniziò col Primo Ministro Mahdi che avviava il processo di apertura del valico di frontiera Iraq-Siria annunciato ad agosto. Poi, si ebbero gli attacchi aerei israeliani a settembre per cercare di impedire che ciò accadesse, attacchi alle PMU al valico di frontiera insieme a un deposito di munizioni vicino Baghdad… Questo attirò l’ira degli iracheni… Mahdi quindi cercò di chiudere lo spazio aereo dell’Iraq, ma quanto può farlo è una grande punto interrogativo”. Sul motivo per cui sarebbe vantaggioso per Mahdi accusare Trump, Luongo affermava che Mahdi “può fare editti tutto il giorno, ma in realtà quanto può effettivamente impedire a Stati Uniti o israeliani di fare qualcosa? Tranne biasimo, biasimo diplomatica… Per me, [le affermazioni di Mahdi] sembrano perfettamente credibili perché, durante tutto questo, Trump probabilmente o qualcun altro lo mianccia [Mahdi] per la ricostruzione dei campi petroliferi [in Iraq]… Trump aveva esplicitamente dichiarato “vogliamo il petrolio”.” Come osservava Luongo, l’interesse di Trump a che gli Stati Uniti ottengano una quota significativa delle entrate petrolifere irachene non è certo un segreto. Proprio a marzo, Trump chiese ad Abdul-Mahdi “Che ne dice del petrolio?” Alla fine di un incontro alla Casa Bianca, spingendo Abdul-Mahdi a chiedere “Che cosa vuol dire?” Al che Trump rispose “Bene, abbiamo fatto molto, abbiamo fatto molto laggiù, abbiamo speso trilioni di dollari laggiù e molti hanno parlato del petrolio”, ampiamente interpretato come Trump chiedere parte delle entrate petrolifere irachene in cambio dei costi elevati degli Stati Uniti per continuare la loro indesiderata presenza militare in Iraq. Con Abdul-Mahdi che respinse la proposta “petrolio per la ricostruzione” di Trump a favore della Cina, sembra probabile che l’amministrazione Trump non possa che definire le cosiddette tattiche da “diplomazia da gangster” per costringere il governo iracheno ad accettare l’accordo di Trump, soprattutto considerando il fatto che l’accordo della Cina era un’offerta assi migliore. Mentre Trump pretese la metà delle entrate petrolifere irachene in cambio del completamento dei progetti di ricostruzione (secondo Abdul-Mahdi), l’accordo siglato tra Iraq e Cina avrebbe visto circa il 20 percento delle entrate petrolifere irachene alla Cina in cambio della ricostruzione. A parte la potenziale perdita delle entrate petrolifere irachene, ci sono molte ragioni per cui l’amministrazione Trump si senta minacciata dai rapporti della Cina coll’Iraq.

L’accordo petrolifero Iraq-Cina: un preludio a qualcosa di più?
Quando la delegazione di Abdul-Mahdi si recò a Pechino a settembre, l’accordo sul “petrolio per la ricostruzione” era solo uno degli otto accordi decisi. Tali accordi riguardano una vasta gamma di settori, tra cui finanziario, commerciale, sicurezza, ricostruzione, comunicazione, cultura, ‘istruzione ed affari esteri oltre al petrolio. Tuttavia, l’accordo sul petrolio è di gran lunga il più significativo. Secondo l’accordo, le aziende cinesi lavoreranno su vari progetti di ricostruzione in cambio di circa il 20 percento delle esportazioni di petrolio iracheno, 10000 barili al giorno, per un periodo di 20 anni. Secondo al-Monitor, Abdul-Mahdi disse sull’accordo: “Abbiamo concordato [con Pechino] d’istituire un fondo comune di investimento, che il denaro del petrolio finanzierà”, aggiungendo che l’accordo proibisce alla Cina di monopolizzare i progetti in Iraq, costringendo Bejing a collaborare con aziende internazionali. L’accordo è simile a quello negoziato tra Iraq e Cina nel 2015, quando Abdul-Mahdi era Ministro del Petrolio iracheno. Quell’anno, l’Iraq aderì alla Belt and Road Initiative con un accordo che prevedeva anche lo scambio di petrolio per progetti di investimento, sviluppo e costruzione e di conseguenza la Cina vide assegnata diversi progetti. In notevole somiglianza coi recenti eventi, quell’accordo fu sospeso a causa delle “tensioni politiche e di sicurezza” causate dai disordini e dall’ondata dello SIIL in Iraq, fin quando Abdul-Mahdi vide l’Iraq rientrare nuovamente nell’iniziativa alla fine del 2019, attraverso accordi firmati dal suo governo con la Cina a settembre. In particolare, dopo le recenti tensioni tra Stati Uniti ed Iraq per l’assassinio di Sulaymani e il successivo rifiuto degli Stati Uniti di rimuovere le loro truppe dall’Iraq nonostante le richieste del parlamento, l’Iraq con discrezione annunciò che avrebbe aumentato drasticamente le esportazioni di petrolio in Cina per il triplo dell’importo stabilito dall’accordo firmato a settembre. Date le recenti affermazioni di Abdul-Mahdi sulle vere forze dietro le recenti proteste in Iraq e le minacce di Trump direttamente legate ai rapporti con la Cina, la mossa sembra il segnale non così velato di Washington a Abdul-Mahd che intende approfondire la collaborazione dell’Iraq con la Cina, almeno finché rimane nel suo ruolo attuale.
La decisione dell’Iraq di aumentare drasticamente le esportazioni di petrolio verso la Cina fu presa il giorno dopo che il governo degli Stati Uniti minacciò di interrompere l’accesso dell’Iraq al suo conto della banca centrale, attualmente detenuto dalla Federal Reserve Bank di New York, un conto che attualmente è di 35 miliardi di dollari dalle entrate petrolifere. Il conto fu istituito dopo che gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003, e l’Iraq attualmente prende 1-2 miliardi al mese per le spese governative essenziali. Perdere l’accesso alle riserve delle entrate petrolifere porterebbe al “collasso” del governo iracheno, secondo i funzionari del governo iracheno che parlavano con l’AFP. Sebbene Trump abbia promesso pubblicamente di rimproverare l’Iraq per l’espulsione delle truppe statunitensi con le sanzioni, la minaccia di escludere l’accesso dell’Iraq al suo conto presso la Federal Reserve Bank di New York fu data privatamente e direttamente al Primo Ministro, aggiungendo ulteriore credibilità alle affermazioni di Abdul-Mahdi sui tentativi aggressivi di Trump per fare pressione sul governo iracheno, fatti in privato e diretti al Primo Ministro. Sebbene la spinta di Trump stavolta fosse impedire l’espulsione delle truppe statunitensi dall’Iraq, le ragioni potrebbero anche essere legate alle preoccupazioni per la crescente presenza della Cina nella regione. Infatti, mentre Trump ha perso la parte desiderata delle entrate petrolifere irachene (50 percento) a fronte della controfferta cinese del 20 percento, la rimozione delle truppe statunitensi dall’Iraq potrebbe vederne le truppe sostituite dalle controparti cinesi, secondo Tom Luongo. “Tutto ciò riguarda il fatto che gli Stati Uniti mantengano la finzione di cui hanno bisogno per rimanere in Iraq… Quindi, la Cina che vi arriva sarò il momento in cui prende piede la Belt and Road Iniziative”, affermava. “Ciò rafforza le relazioni economiche tra Iraq, Iran e Cina e ovvia alla necessità che gli statunitensi vi rimangano. Ad un certo punto, la Cina disporrà di risorse sul terreno che intende difendere militarmente in caso di gravi crisi. Questo ci porta alla successiva questione che Mahdi e l’ambasciatore cinese discussero proprio di ciò dopo l’assassinio di Sulaymani”. In effetti, secondo notizie, Zhang Yao, ‘ambasciatore cinese in Iraq, “trasmise la disponibilità di Pechino a fornire assistenza militare” qualora il governo iracheno lo richiedesse, subito dopo l’assassinio di Sulaymani. Yao fece l’offerta il giorno dopo che il parlamento iracheno votò per espellere le truppe nordamericane dal Paese. Sebbene al momento non sia noto come Abdul-Mahdi abbia risposto all’offerta, i tempi probabilmente non posero fine alle preoccupazioni nell’amministrazione Trump per la sua influenza in rapido declino in Iraq. “Si può vedere cosa accade qui”, disse Luongo a MintPress sull’offerta cinese all’Iraq, “Cina, Russia e Iran cercano di staccare l’Iraq dagli Stati Uniti e gli Stati Uniti si sentono davvero minacciati da questo”.
La Russia ha un ruolo nello scenario attuale quando l’Iraq avviò colloqui con Mosca sul possibile acquisto di uno dei sistemi di difesa aerea a settembre, lo stesso mese in cui l’Iraq firmò otto accordi, incluso l’accordo sul petrolio con la Cina. Quindi, dopo la morte di Sulaymani, la Russia nuovamente offrì i sistemi di difesa aerea all’Iraq per consentirgli di difendere il proprio spazio aereo. In passato, gli Stati Uniti minacciarono i Paesi alleati con sanzioni e altre misure se acquistavano sistemi di difesa aerea russi e non quelli fabbricati da compagnie statunitensi. Gli sforzi degli Stati Uniti per frenare la crescente influenza e presenza cinese in Iraq tra questi nuovi partenariati e accordi strategici sono limitati, tuttavia gli Stati Uniti sempre più si affidano sulla Cina nella loro politica sull’Iran, in particolare nell’obiettivo di azzerare le esportazioni di petrolio iraniano. La Cina rimane il principale importatore di greggio e condensa iraniano, anche dopo aver ridotto in modo significativo le importazioni per le pressioni statunitensi lo scorso anno. Tuttavia, gli Stati Uniti ora tentano di fare pressioni sulla Cina affinché smetta di comprare completamente il petrolio iraniano o subisca sanzioni, mentre tenta anche di sabotare privatamente l’accordo petrolifero Cina-Iraq. È assai improbabile che la Cina cede agli Stati Uniti, se il caso, su entrambi i fronti, il che significa che gli Stati Uniti potrebbero essere costretti a scegliere quale fronte politico (“contenimento” dell’Iran o rapporti petroliferi dell’Iraq con la Cina) valorizzare maggiormente nei prossimi anni, mesi e settimane. Inoltre, la firma dell’accordo commerciale di “prima fase” con la Cina rivelava un altro potenziale aspetto delle relazioni sempre più complicate degli Stati Uniti col settore petrolifero iracheno, dato che l’accordo commerciale prevede la vendita di petrolio e gas USA alla Cina a costi molto bassi, suggerendo che l’amministrazione Trump potrebbe anche vedere il risultato dell’accordo Iraq-Cina sul petrolio emergere quale potenziale concorrente degli Stati Uniti nella vendita di petrolio a basso costo alla Cina, principale importatore di petrolio al mondo.

Il petrodollaro e il fantasma del petroyuan
Nelle dichiarazioni televisive dopo la risposta militare dell’Iran all’assassinio del Generale Sulaymani da parte degli Stati Uniti, Trump insisteva sul fatto che la politica nordamericana in Medio Oriente non è più diretta dalle grandi esigenze petrolifere statunitensi. Dichiarò in particolare che: “Negli ultimi tre anni, sotto la mia guida, la nostra economia è più forte che mai e gli USA hanno raggiunto l’indipendenza energetica. Questi risultati storici hanno cambiato le nostre priorità strategiche. Questi sono risultati che nessuno pensava fossero possibili. E le opzioni in Medio Oriente sono diventate disponibili. Ora siamo il primo produttore di petrolio e gas naturale in qualsiasi parte del mondo. Siamo indipendenti e non abbiamo bisogno del petrolio in Medio Oriente”. Tuttavia, data la centralità del recente accordo petrolifero Iraq-Cina nel guidare alcune delle ultime mosse politiche dell’amministrazione Trump in Medio Oriente, ciò non sembra essere vero. La distinzione potrebbe risiedere nel fatto che, mentre gli Stati Uniti potrebbero ora essere meno dipendenti dalle importazioni di petrolio dal Medio Oriente, devono ancora continuare a dominare come il petrolio sia scambiato e venduto sui mercati internazionali per mantenere lo status di superpotenza militare e finanziaria globale. In effetti, anche se gli Stati Uniti importano meno petrolio mediorientale, il sistema del petrodollaro, forgiato per la prima volta negli anni ’70, richiede che gli Stati Uniti mantengano un controllo sufficiente sul commercio mondiale di petrolio in modo che i maggiori esportatori di petrolio al mondo, tra cui l’Iraq, continuino a venderlo in dollari. Se l’Iraq vendesse petrolio con un’altra valuta o per servizi, poiché prevede di attuare con la Cina l’accordo già siglato, una parte significativa del petrolio iracheno cesserebbe di generare domanda di dollari, violando il principio chiave del sistema del petrodollaro.
Come notavano Kei Pritsker e Cale Holmes in un articolo dell’anno scorso per MintPress: “La presa del fenomeno del petrodollaro era che finché i Paesi avranno bisogno del petrolio, avranno bisogno del dollaro. Finché i Paesi chiedono dollari, gli Stati Uniti possono continuare a indebitarsi enormemente per finanziare la propria rete di basi militari globali, salvare Wall Street, compire missili nucleari e ridurre le tasse ai ricchi”. Pertanto, l’uso del petrodollaro ha creato un sistema in base a cui è necessario il controllo statunitense delle vendite di petrolio dei suoi maggiori esportatori, non solo per sostenere il dollaro, ma anche la presenza militare globale. Pertanto, non sorprende che la questione della presenza di truppe statunitensi in Iraq e della spinta dell’Iraq verso l’indipendenza petrolifera dai desideri degli Stati Uniti si siano intrecciate. In particolare, uno degli architetti del sistema dei petrodollari che descriveva tristemente i soldati statunitensi come “animali stupidi da usare come pedine nella politica estera”, l’ex-segretario di Stato Henry Kissinger, consigliava Trump formandone la politica cinese dal 2016. Tale intuizione fu espressa anche dall’economista Michael Hudson, che osservò che l’accesso degli Stati Uniti al petrolio, la dollariizzazione e la strategia militare degli Stati Uniti sono strettamente intrecciati e che la recente politica irachena di Trump ha lo scopo di “intensificare la presenza nordamericana in Iraq per mantenere il controllo delle riserve petrolifere della regione; a sostegno delle truppe wahabite dell’Arabia Saudita (SIIL, al-Qaida in Iraq, al-Nusra e altre divisioni di quella che in realtà è la legione straniera statunitense) per sostenere il controllo statunitense sul petrolio del Vicino Oriente quale bastione del dollaro”. Hudson affermava inoltre che furono gli sforzi di Qasim Sulaymani promuovendo l’indipendenza petrolifera dell’Iraq a spese delle ambizioni imperiali statunitensi che furono tra i motivi principali del suo assassinio. Gli USA si opposero soprattutto al generale Sulaymani perché combatteva SIIL e altri terroristi sostenuti dagli USA che tentavano di spezzare la Siria e sostituire il regime di Assad con una serie di capi servili agli Stati Uniti, il vecchio stratagemma inglese “dividi e conquista”. A volte, Sulaymani cooperò con le truppe statunitensi nella lotta ai gruppi dello SIIL che si erano “messi fuori linea”, ovvero la linea statunitense. Ma ogni indicazione è che era in Iraq per lavorare col governo cercando di riguadagnare il controllo dei giacimenti petroliferi che il presidente Trump si vantava così tanto di arraffare”. Hudson aggiunse che “… i neocon statunitensi temevano il piano di Sulaymani per aiutare l’Iraq a rivendicare il controllo del suo petrolio e resistere agli attacchi terroristici sostenuti da USA e sauditi sull’Iraq. Questo è ciò che ha reso il suo assassinio un impulso immediato”.
Mentre altri fattori, come le pressioni dagli alleati statunitensi come Israele, ebbero un ruolo nella decisione di uccidere Soleimani, la decisione di assassinarlo sul suolo iracheno poche ore prima che incontrasse Abdul-Mahdi da diplomatico suggerisce che le tensioni sottostanti causate dalla spinta dell’Iraq all’indipendenza petrolifero e del suo accordo con la Cina ebbero un ruolo nel momento del suo assassinio. Fu anche una minaccia ad Abdul-Mahdi, che affermò che gli Stati Uniti minacciarono di uccidere lui e il suo Ministro della Difesa poche settimane prima per le tensioni direttamente legate all’indipendenza del settore petrolifero iracheno dagli Stati Uniti. Sembra che il ruolo sempre presente del petrodollaro nel guidare la politica nordamericana in Medio Oriente rimanga invariato. Il petrodollaro è da tempo fattore trainante della politica nordamericana in particolare verso l’Iraq, in quanto uno dei fattori scatenanti dell’invasione del 2003 dell’Iraq fu la decisione di Sadam Husayn di vendere petrolio iracheno in euro invece che dollari dal 2000. Solo settimane prima che iniziasse l’invasione, Sadam Husayn si vantava che le entrate petrolifere in Iraq basate sull’euro guadagnassero da un tasso di interesse più alto di quello che sarebbe stato in dollari, un segnale evidente agli altri esportatori di petrolio che il sistema del petrodollaro va solo a vantaggio degli Stati Uniti a loro spese. Oltre agli attuali sforzi per evitare l’indipendenza petrolifera dell’Iraq e mantenerne il commercio del petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti, il fatto che essi ora cerchino di limitare il ruolo crescente della Cina nel settore petrolifero iracheno è anche direttamente correlato agli sforzi noti della Cina per creare il concorrente diretto al petrodollaro, il petroyuan. Dal 2017, la Cina ha tracciato i piani per il petroyuan, diretto concorrente del petrodollaro, apertamente, in particolare dopo che la Cina eclissava gli Stati Uniti come primo importatore di petrolio al mondo. Come notò CNBC all’epoca: “La nuova strategia è ottenere l’aiuto dei mercati dell’energia: Pechino potrebbe introdurre un nuovo modo di quotare il petrolio nei prossimi mesi, ma a differenza dei contratti basati sul dollaro USA che attualmente dominano i mercati globali, questo sistema userà la valuta cinese. Se c’è un’adozione diffusa, come sperano i cinesi, allora segnerà un passo verso la sfida dello status del biglietto verde come valuta più potente del mondo… Il piano è valutare il petrolio in yuan usando contratti futures sostenuti dall’oro da Shanghai, ma la strada sarà lunga e ardua”.
Se gli Stati Uniti continuano la loro attuale rotta spingendo ulteriormente l’Iraq tra le braccia della Cina e di altri rivali degli Stati Uniti, è ovvio che l’Iraq, ora nell’Iniziativa Belt and Road della Cina, potrebbe presto favorire il sistema petroyuan rispetto al petrodollaro, in particolare poiché l’attuale amministrazione nordamericana minaccia di tenerne in ostaggio il conto della banca centrale irachena, perché persegue politiche che Washington trova sfavorevoli. Potrebbe anche spiegare perché il presidente Trump sia così preoccupato dalla crescente presenza della Cina in Iraq, dato che rischia non solo di causare la fine dell’egemonia militare statunitense nel Paese, ma anche causare gravi problemi al sistema del petrodollaro e alla posizione degli Stati Uniti come potenza finanziaria globale. La politica di Trump volta a fermare i crescenti legami tra Cina e Iraq chiaramente ha l’effetto opposto, dimostrando che la “diplomazia da gangster” di tale amministrazione rende soltanto le alternative offerte da Paesi come Cina e Russia ancora più attraenti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio