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Il comandante ebraico che liberò Auschwitz

Martin Sieff, SCF 27 gennaio 2020

Il Tenente-Colonnello dell’Armata Rossa Anatolij Shapiro era orgoglioso del suo servizio nell’Armata Rossa: trascorse gli ultimi anni di vita a combattere la negazione della Grande Bugia dell’Olocausto da parte dei neonazisti. Ma mai nei suoi sogni più sfrenati il Colonnello Shapiro immaginò che il suo contributo, e dell’intera Armata Rossa, alla storia ponendo fine al genocidio nazista dei popoli ebraico e russo sarebbero stati gettati nel buco nero del negazionismo. Per il Colonnello Shapiro, che morì nel 2005 a 92 anni, divenne lui stesso una non-persona: perché era l’ufficiale dell’Armata Rossa che guidò la liberazione di Auschwitz, il campo di sterminio più grande e spaventoso di tutti. Shapiro non pensava di diventare un soldato. Nato da una famiglia ebraica di Konstantinograd nella regione di Poltava, in Russia, entrò a far parte dell’Armata Rossa nel 1935. Vide l’azione durante la Seconda guerra mondiale e fu ripetutamente promosso e decorato per valorea. Nella grande battaglia da resa dei conti del 1943 tra l’Armata Rossa e la Wehrmacht, presso Kursk, fu gravemente ferito e dovette trascorrere del tempo in ospedale. Quando il Colonnello Shapiro ricevette l’ordine dal comandante della 322.ma Divisione Maggior-Generale Pjotr Zubov, del Primo Fronte ucraino comandato dal leggendario Maresciallo Ivan Konev, di preparare il suo 1085.mo Reggimento d’élite “Tarnopol” per un’azione immediata il 25 gennaio 1945, sapeva che la sua forza doveva liberare un campo di sterminio nazista, ma né lui né nessuno dei suoi uomini sognò cosa l’aspettava.
La guerra infuriava ancora a pieno nell’est e i nazisti combatterono con un fanatismo demenziale per cercare di impedire alle truppe dell’Armata Rossa di svelare i loro segreti più infernali. Sulla strada per il campo, le forze di Shapiro s’imbatterono in un campo minato. Un medico e cinque infermiere furono uccisi. Come scrisse lo storico inglese Michael K. Jones nel suo acclamato libro del 2011 “Guerra Totale: Da Stalingrado a Berlino”, “La mattina seguente il reggimento incontrò una forte opposizione nemica e dovette persino respingere un contrattacco”. Il Tenente Ivan Martynushkin, un giovane ufficiale. disse a Jones in un’intervista più di 60 anni dopo: “Mentre ci avvicinavamo ad Auschwitz, dovevamo combattere in ogni insediamento, ogni casa”. Eppure, mentre il diario di combattimento del 1085.mo Reggimento registrava laconicamente, “Nessuno voleva ritirarsi”. Era la mattina del 27 gennaio, dopo molti pesanti combattimenti il 1085.mo avanzò comunque su Auschwitz di fronte al feroce fuoco d’artiglieria nazista. Alle 11, gli uomini di Shapiro avevano attraversato il fiume Sola dando l’ordine di “irrompere ad Auschwitz”. I combattimenti continuarono ad essere feroci. Decine di soldati dell’Armata Rossa caddero. Shapiro e i suoi uomini entrarono nel campo. I nazisti avevano evacuato la maggior parte dei prigionieri sopravvissuti e li avevano inviati con una marcia della morte verso il confine tedesco. Tuttavia, il campo ospitava ancora almeno 1200 persone e altri 5800 a Birkenau, tra cui 611 bambini. “Le porte avevano i lucchetti. La neve cadeva e c’era un odore di bruciato nell’aria. All’interno c’erano file di caserme ma non si vedeva nessuno”, scrisse Jones. Gli uomini dell’Armata Rossa spararono alle serrature dalle porte coi mitra. Per i successivi 60 anni, Shapiro ricordò vividamente ciò che vi trovarono. Decenni dopo, in un’intervista dichiarò: “Avevo visto uccidere molte persone inermi. Avevo visto impiccati, persone bruciate. Ma non ero ancora pronto per Auschwitz… La puzza era insopportabile. Era una caserma per donne e c’erano pozze di sangue ghiacciate e cadaveri giacevano sul pavimento”. Fuori da una caserma, un cartello diceva ‘kinder’. Tuttavia, Shapiro ricordò che “c’erano solo due bambini vivi; tutti gli altri erano stati uccisi nelle camere a gas, o erano nell'”ospedale” dove i nazisti eseguivano esperimenti su di loro. Quando entrammo, i bambini urlavano: “Non siamo ebrei!” Erano in effetti bambini ebrei e, scambiandoci per soldati tedeschi, evidentemente pensavano che li avremmo portati nelle camere a gas. Li fissammo sbalorditi… Questa fu la cosa più difficile di tutte”. Shapiro ricordò che la Croce Rossa Russa entrò rapidamente nel campo per cucinare zuppa di pollo e di verdure per i sopravvissuti affamati.
Un altro ufficiale dell’Armata Rossa di origini ebraiche, il Colonnello Georgij Elisavetskij, divenne il suo primo comandante dopo la liberazione. La sua testimonianza è conservata nell’eccellente Centro dell’Olocausto russo di Mosca ed è stata citata anche da Jones. La risposta delle forze del Maresciallo Konev alla catastrofe umanitaria che avevano scoperto fu esemplare. Elisavetskij testimoniò: “Sapevamo che dovevano essere presi provvedimenti immediati per provare a… È impossibile descrivere come i nostri medici, infermieri, ufficiali e soldati lavorarono, senza dormire o mangiare, cercando di aiutare quegli sfortunati, come combatterono per ogni vita”. L’ospedale militare 2962 dell’Armata Rossa, gestito dalla Dottoressa Maria Zhilinskaja, Jones osservò: “Tuttavia riuscì a salvare 2819 detenuti”.
Dopo la guerra, Shapiro non perse mai fiducia e amore per l’Unione Sovietica. Dopo la sua disintegrazione, si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti a Long Island. Scrisse diversi libri sull’argomento e la sua esperienza prima di morire l’8 ottobre 2005. Per il Colonnello Shapiro, l’idea che lui, i suoi compagni dell’Armata Rossa e il personale medico che combatterono e morirono per liberare Auschwitz e che lavorarono così duramente per salvare i miseramente pochi sopravvissuti, dovrebbero essere casualmente equiparati ai massacri nazisti sarebbero stata ridicola e spregevole. Anche il Presidente Vladimir Putin lo riconosce, commemora l’anniversario di quest’anno in Israele. La vera storia della liberazione di Auschwitz va raccontata. Va ficcato in gola a tutti i bigotti e guerrafondai russofobi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio