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Che cosa sperano di ottenere gli USA rimanendo illegalmente in Iraq?

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 24.01.2020

Nel 2019, quando gli Stati Uniti annunciarono di “ritirare” le loro forze dalla Siria, le trasferirono solo in Iraq che, come scrissi allora, sarebbe diventato il territorio principale per il trinceramento militare nordamericano nella regione contro l’Iran , come anche Russia e Cina. Ciò fu deciso sulla scia del rapido restringimento per gli Stati Uniti dello spazio di manovrare e manipolazione in Siria. L’uccisione di Suleaymani con un attacco di droni statunitensi che volavano sull’Iraq sottolinea solo il fatto che lo scopo della presenza militare nordamericana in Iraq è il “contenimento” dell’Iran piuttosto che “l’addestramento” delle forze irachene e le cosiddette “operazioni antiterroristiche contro lo Stato islamico”. Nonostante lo SIIL non controlli più alcun territorio in Iraq e che ci siano solo poche sacche in cui si noti la sua attività, il rifiuto di Mike Pompeo di riconoscere la risoluzione del parlamento iracheno sull’espulsione delle forze nordamericane svela gli scopi reali degli Stati Uniti. Di conseguenza, ora cercano di piazzare qualcuno in Iraq che sia più sensibile agli interessi degli Stati Uniti. Il presidente degli Stati Uniti diede particolare attenzione ai suoi incontri coi leader iracheni a margine del World Economic Forum di Devos. Il POTUS incontrò il presidente iracheno Salah e il leader del governo regionale curdo irachen, Nechirvan Barzani. Non solo la connessione degli Stati Uniti coi curdi iracheni di Barzani è la porta per una presenza militare nordamericana infinita in Iraq, ma è anche un fattore chiave per stabilizzare la posizione degli USA progressivamente indebolita in Medio Oriente. Il presidente iracheno, essendo un curdo, non è solo un uomo degli statunitensi, ma è anche per la presenza militare a lungo termine in Iraq. Sosterrebbero naturalmente la presenza nordamericana perché questa è l’unica ancora per rafforzare la loro posizione nei confronti dei 100000 paramilitari conosciuti come Forza di mobilitazione popolare di Abu Mahdi al-Muhandis, ucciso nello stesso attacco degli Stati Uniti contro Sulaymani. Questa forza, composta principalmente da varie milizie sciite, non solo combatte lo SIIL, ma anche proietta la potenza iraniana in Iraq. Ancora una volta, il fatto che le Forze di mobilitazione popolare abbiano avuto la benedizione di Sulaymani ed Iran spiega perché gli Stati Uniti abbiano assassinato Sulaymani e Muhandis in quel fatidico attaccro. Queste forze avrebbero potuto, ed erano già, un grosso problema per la “missione in Iraq” degli Stati Uniti, e avrebbero potuto diventare strumentali per scacciare gli Stati Uniti dal Paese. Pertanto, al fine di evitare una sconfitta simile a quella in Siria, era sempre imperativo per gli Stati Uniti decapitare la leadership di quelle forze e quindi rafforzare la propria posizione e quella degli elementi filoamericani in Iraq.
Tuttavia, il fatto che gli Stati Uniti si siano palesemente rifiutati di prestare attenzione alla risoluzione del parlamento iracheno sul ritiro delle forze nordamericane significa che hanno perso qualsiasi legittimità. La presenza nordamericana in Iraq è già un’occupazione illegale del Paese, qualcosa che ricorda la natura della presenza nordamericana in Siria, che il governo siriano non aveva mai autorizzato, a differenza delle forze russe autorizzare. Mentre Pompeo affermava che gli Stati Uniti erano pronti a rinegoziare i termini della presenza militare statunitense, non cambierebbe la natura di tale presenza. L’accordo a cui si riferiva Pompeo è un accordo tra capi e mai ratificato dal parlamento; quindi, la totale illegalità della presenza militare nordamericana in Iraq, dimostrando fino a che punto Washington può provarci coll’Iran. La dichiarazione del dipartimento di Stato degli USA sulla questione del ritiro delle forze statunitensi chiariva che lo scopo di tale presenza, originariamente combattere lo SIIL secondo l’accordo esecutivo tra USA e Iraq, è già cambiato. La dichiarazione affermava che “in questo momento, qualsiasi delegazione inviata in Iraq sarà dedita a discutere su come raccomandare al meglio il nostro partenariato strategico, non per discutere del ritiro delle truppe, ma la nostra posizione corretta di forza in Medio Oriente”. Come è evidente, gli Stati Uniti semplicemente e chiaramente cercano di consolidare la propria presenza in Medio Oriente dall’Iraq. In altre parole, la presenza limitata in Iraq che il Paese aveva negoziato cogli Stati Uniti nel 2011 è già diventata presenza strategica. Mentre tale presenza aprirà la strada alle Forze di mobilitazione contro le forze statunitensi, consentirebbe agli Stati Uniti di istigare elementi sunniti in Iraq per rovesciare gli anti-statunitensi e sostituirli con fazioni filoamericane. L’Iraq, in altre parole, è già una nuova base di lancio degli Stati Uniti per progettare e proteggere i loro interessi, incluso il controllo delle attività petrolifere, il sostegno al Kurdistan e la spinta contro gli elementi iraniani.
Tale presenza e il rifiuto intransigente di ritirarsi mostrano che l’Iraq è ora il centro della strategia nordamericana sul Medio Oriente. È da qui che gli Stati Uniti combatteranno la loro guerra lenta e a lungo termine contro l’Iran, ed è da qui che gli Stati Uniti veglieranno su russi e cinesi. Ciò è probabilmente vero a causa dell’imminente accordo tra Stati Uniti e taliban. Il ritiro degli Stati Uniti dopo un accordo coi taliban lascerebbe l’Iraq come unico Paese in cui gli Stati Uniti possono mantenere la propria forza arbitrariamente e persino illegalmente.

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio